20.3.17

MOBY PRINCE, VOLPE 132, ILARIA ALPI E MIRAN HROVATIN, NAVE LUCINA…



 
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin - foto di Raffaele Ciriello
di Gianni Lannes

Basta collegare i fili scoperti: la verità è emersa ma la giustizia italiana è latitante. Cosa ci faceva nel porto di Livorno la sera del 10 aprile 1991 e dov'era diretta la nave Theresa  che poi lasciò la rada portuale in tutta fretta la notte dell'incidente della Moby Prince? Cosa trasportava quel mercantile militarizzato USA? E il 'peschereccio' “21 Octobar II” donato dall'Italia alla Somalia , anch'esso sparito dal porto? Perché i soccorsi alla Moby Prince tardarono tanto, condannando così a morte 140 persone? Forse perché qualcosa non doveva essere visto da troppi occhi? La sera della tragedia del Moby Prince una nave di quella flotta si trovava per caso in quella zona di mare, ed eventualmente chiedergli se dopo l'"incidente" con chi voleva monitorare/interdire quel carico di cui una parte (forse) destinata in parte a gruppi palestinesi (via Beirut) che fine abbiano fatto gli operatori ostili, se eliminati o riconsegnati al governo di appartenenza senza che suddetto governo si sia assunto la corresponsabilità per la tragedia con-causata quella notte.





Ilaria Alpi aveva messo gli occhi anche su quello. Aveva capito che soccorsi troppo immediati in quell'occasione avrebbero scoperto troppe carte segrete, perché la cooperazione internazionale era solo un paravento. Per questo fu uccisa. Come forse, tre anni prima di lei, furono lasciate  morire di proposito 140 persone che con tutto quello non c'entravano nulla. E i somali vennero lasciati morire di fame, mentre altri ingrassavano. E' arrivato il momento di strappare i veli e guardare cosa c'è dietro. Vale a dire: il traffico di armi dall’Italia gestito dai servizi segreti nostrani, ma sotto il controllo dello zio Sam. Tra il 1991 ed il 1994 scorre una fiumana di sangue innocente che lega ad accomuna la strage del Moby Prince, l’eliminazione di due finanzieri, l’omicidio di due giornalisti, e l’assassinio di sette marinai italiani.


 
La sera del 2 marzo 1994, in Sardegna l’elicottero della Guardia di Finanza “Volpe 132”, durante una missione alla ricerca di una nave che stava caricando armi in un una rada, venne abbattuto e mai più ritrovato. Il caso è coperto dal segreto di Stato imposto in seguito dall’allora primo ministro Silvio Berlusconi: il fascicolo giudiziario della procura della Repubblica di Cagliari è confluito negli atti secretati dal presidente della Commissione di inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, tale Carlo Taormina.
 
 Nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1994 presso il porto della località omonima del comune di Taher furono sgozzate 7 persone, tutti marittimi italiani imbarcati sulla nave da carico Lucina, mercantile della compagnia di navigazione Sagittario. La nave Lucina era ancorata al porto algerino di Djendjen dall' 11 giugno 1994. Il massacro dei sette marinai avvenne ventisei giorni dopo, tra le due e le tre del mattino del 7 luglio. Djen-Djen era un porticciolo in via di costruzione nella regione di Jijel, a est di Algeri, considerata una roccaforte del Gia. Ufficialmente non era stato ancora aperto al traffico marittimo. Inoltre i lavori erano stati sospesi a causa del degrado della situazione dell' ordine interno. I camionisti rifiutavano di avventurarsi nella regione per il timore degli attentati islamici. Per poter funzionare il porto principale di Jijel era stato militarizzato. Ormeggiare al porto di Djendjen, dove non c' era alcuna sorveglianza e dove l' unico custode era disarmato, era un atto di suicidio. Perché il Lucina si trovava in quel porto incompleto, abbandonato e incustodito? Il Lucina stava effettuando un carico di 2.600 tonnellate di semola per conto della Sem Molini sarda, di cui era presidente l' amministratore delegato del Cagliari, Massimo Cellino, destinato all' Enial, l' Ente di stato algerino che ha il monopolio dell' importazione dei cereali. Dopo la strage gli inquirenti accertarono la presenza sulla nave di sole 2.000 tonnellate di semola. Mancavano delle merci per 600 tonnellate. Di che carico si trattava?

 
In un documento del 6 febbraio 1996, della divisione antiterrorismo del Sisde, si legge che Alpi e Hrovatin «stavano indagando sulla motonave 21 ottobre della Somalfish», e che - secondo un collaboratore dei servizi segreti - i mandanti sarebbero stati individuati in «alcuni ex esponenti dei vertici militari somali e funzionari della cooperativa». Sempre dai documenti del Sisde, in cui si fa riferimento a informazioni fornite da una fonte romana, emergerebbe che Alpi e Hrovatin sarebbero stati eliminati «per via delle loro inchieste su un traffico di armi condotto da personaggi inseriti nei programmi di cooperazione tra Italia e Somalia». A quell’attività di inchiesta non sarebbe estranea - forse - nemmeno la vicenda di una fonte fiduciaria di Ilaria Alpi nel Sismi, quel Vincenzo Li Causi, morto anche lui in Somalia in circostanze poco chiare, ufficialmente colpito da “fuoco amico” il 12 novembre 1993. Ilaria Alpi doveva mandare in onda sul Tg3 un suo servizio proprio il 20 marzo del 1994. Prima di poterlo fare, quella sera stessa, però fu ammazzata. Sul luogo dell'agguato - come dimostra un filmato girato dall'operatore della tv americana Abc - era presente l'imprenditore italiano Giancarlo Marocchino, una figura chiave - stando al Sismi - della rete degli interessi italiani in Somalia.


Sulla vicenda sono emersi dei messaggi segreti inviati dal Sios (Servizio informazioni operative e situazione) di La Spezia in Somalia, il 14 marzo del '94, giorno in cui i due italiani erano arrivati a Bosaso. In quei messaggi, la cui autenticità non è mai stata contestata dalle agenzie nostrane di sicurezza, si chiedeva ad alcuni agenti il «rientro immediato nella base a causa di presenze anomale nella zona di Bosaso Las Korey per un possibile intervento».


Il 23 marzo, da Mogadiscio, un agente del Sismi scriveva, tra le altre cose: «Appare evidente la volontà di Unosom (il comando Onu retto dall’ammiraglio statunitense Jonathan Howe, ndr) di minimizzare sulle reali cause che avrebbero portato all’uccisione della giornalista italiana e del suo operatore». Il documento, scritto a mano, pieno di cancellature, emerge dal mazzo di nuove desecretazioni reperibili sul sito della Camera e si porta dietro una scia di interrogativi irrisolti. Il principale: perché il Sismi, a Roma, si affrettò a sbianchettare i rapporti dell’agente Alfredo in Somalia? Il signor Alfredo tutte le sere, via fax, inoltrava il suo rapporto a Roma. Qui, allo stato maggiore del Sismi, lo mettevano in bella e lo battevano a macchina. E sistematicamente scomparivano i riferimenti all’omicidio. Anche le seguenti parole furono sbianchettate. «Unosom sta orientando le indagini sulla tesi (inizialmente il signor Alfredo aveva scritto: “Sta continuando a battere la pista”) della tentata rapina e della casualità dell’episodio». Una cosa sola, a Mogadiscio, fu invece chiara da subito: era stata una brutale esecuzione e bene organizzata. Cosa accadeva lungo le linee gerarchiche della Difesa? Quale linea di comando decise di sbianchettare i rapporti del signor Alfredo? La presidente della associazione Ilaria Alpi, Mariangela Gritta Grainer ha detto: «Sappiamo di altre sbianchettature. Il giorno dopo l’omicidio, il “signor Alfredo” scriveva: da fonte attendibile risulta che a Bosaso la giornalista è stata minacciata di morte. Frase puntualmente omessa». Dunque, dagli atti resi pubblici emergono i depistaggi dei Servizi Segreti sull’omicidio della giornalista avvenuto il 20 marzo del 1994 in Somalia.

Alle tre del pomeriggio del 15 marzo Ilaria e Miran erano seduti in un albergo non distante dal porto, registrando una delle ultime interviste della loro vita, al Sultano di Bosaso. “Perché questo è un caso particolare”, aveva annotato la giovane reporter del Tg3 su uno dei pochi block notes arrivati in Italia dopo la sua morte a Mogadiscio. Nei pochi minuti rimasti di quella intervista Ilaria parla di navi, chiede di un battello rapito, incalza il sultano cercando di capire i legami tra i traffici somali e l’Italia. Che stava accadendo in quel luogo, sperduto ma strategico? E’ la domanda chiave che potrebbe spiegare l’agguato mortale del 20 marzo 1994, quando i due giornalisti furono uccisi nelle strade di Mogadiscio. Un documento inedito racconta una storia parallela, una trama che potrebbe incrociarsi con quel viaggio a Bosaso di Ilaria e Miran. E’ un messaggio dattiloscritto su un modulo militare, partito il 14 marzo del 1994 dal comando carabinieri del Sios di La Spezia, il servizio segreto della Marina militare sciolto nel 1997 e confluito prima nel Sismi e poi nell’Aise. Una comunicazione diretta a un maggiore in servizio a Balad, sei giorni prima dell’ammaina bandiera e dell’evacuazione delle nostre truppe: “Causa presenze  anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda) ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog”. Presenze anomale, a Bosaso.  “Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”, prosegue il messaggio. Che stava accadendo in quella città il giorno dell’arrivo di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? Chi è Jupiter? E chi è Condor? E poi, perché l’intelligence italiana ha sempre assicurato di non avere nulla a che fare con la città di Bosaso? C’è un riscontro immediato e importante del messaggio partito dal comando carabinieri del Sios di La Spezia. Jupiter è l’alias di un italiano, un civile, Giuseppe Cammisa. Singolare coincidenza. Era il braccio destro di Francesco Cardella, il guru della comunità Saman, morto latitante a Managua per sfuggire alla giustizia italiana. Cammisa era sicuramente in quella zona, come dimostrano alcuni documenti ritrovati nell’archivio milanese di Saman: una fotocopia del suo passaporto, con il visto per Gibuti; la prenotazione del viaggio aereo, con partenza da Milano il 5 marzo 1994; la lettera di accreditamento per il viaggio fino a Bosaso con un aereo Unosom, il comando Onu della missione Ibis/Restore Hope.  

Anche il servizio interno, il Sisde, si era occupato della strana missione di Jupiter nella zona di Bosaso. Un appunto datato 12 marzo 1994, diretto alla “segreteria speciale” del ministero dell’Interno, descrive nei dettagli quanto stava avvenendo nei giorni che precedono l’arrivo di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: “Come da espressa richiesta, si conferma nelle aree adiacenti il villaggio somalo di Las Quorey, un vasto perimetro recintato già in uso per la lavorazione di prodotti ittici e derivati e adoperato in precedenza dalla Stasi/DDR (il servizio segreto dell’allora Germania orientale, ndr) per operazioni militari non convenzionali nel territorio somalo. In detta area peraltro riutilizzata tutt’oggi da personale italiano è stata notata senza dubbio alcuno nei giorni scorsi la presenza di detto ‘Jupiter’ appartenente alla ben nota struttura della Gladio trapanese”. Jupiter, dunque, era noto come membro di Gladio anche per il Sisde, che monitorava quanto stava avvenendo in quei giorni attorno alla città di Bosaso. 

 Una cosa è in ogni caso certa: troppi omissis istituzionali impediscono ancora oggi di ricostruire la verità sull’agguato del 20 marzo 1994, quando un commando uccise Ilaria e Miran, appena tornati da Bosaso. C’è un secondo messaggio del Sios di La Spezia che cita Jupiter. E’ datato marzo 1989, diretto questa volta ad una struttura di Gladio, il Cas Scorpione di Trapani. Annuncia la visita di un parlamentare - il nome non è chiaramente leggibile sulla copia consultata - e chiede la disponibilità di Jupiter e di Vicari, ovvero il nome in codice di Vincenzo Li Causi, l’agente del Sismi che all’epoca dirigeva il centro Scorpione. E’ un passaggio importante, visto che quella base di Gladio utilizzava il campo volo di Trapani Milo, pista dismessa distante appena quattro chilometri dalla comunità Saman, dove Cammisa lavorava come uomo di fiducia di Francesco Cardella; la stessa pista dove di nascosto il giornalista e sociologo Mauro Rostagno, nell’estate del 1988 (una paio di mesi prima di essere assassinato), aveva filmato il caricamento di casse di armi dirette in Somalia su un aereo militare.
  
L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin nasconde traffici che hanno visto il coinvolgimento di apparati dello Stato, coperti  grazie a silenzi e depistaggi. Non a caso il governo tricolore non ha mai dato risposta all'interrogazone parlamentare 4/13107 del 6 settembre 2011.

 

Il belpaese è una cloaca a stelle e strisce. Se mai dovessero essere chiariti i misteri che hanno costellato la nostra storia, almeno da Piazza Fontana in poi,   si rischierebbe la dissoluzione definitiva della nazione. Insomma, abbiamo una classe politica fortemente infiltrata dalla criminalità organizzata e gli apparati preposti alla difesa della Costituzione che ci lavorano contro.

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