1.3.17

LUCIO DALLA & MANFREDONIA





di Gianni Lannes

L’ultima volta che ho visto il caro Lucio è stato il 7 maggio 2011, a Termoli. Quel giorno c’era una mobilitazione popolare contro le trivelle in mare. Parlai dal palco a migliaia di manifestanti, volutamente per ultimo, dopo sindaci, consiglieri regionali ed onorevoli. Poi sbarcò Lucio dal suo motoscafo, giunto in ritardo dall’isola di San Domino e fu immenso. Io l'ho incontrato spesso in mare alle Tremiti dove scorazzava con il suo gommone, e dove mi calavo nelle profondità marine. Lui ci manca ad un lustro dalla sua scomparsa terrena, comunque le sue canzoni fanno affiorare sempre le lacrime per le emozioni che regalano a distanza di tempo.


Lucio era cittadino onorario di Manfredonia, luogo dove trascorse le sue vacanze estive della fanciullezza e gioventù. Proprio l’antico borgo è la famosa copertina di uno dei dischi più belli di Dalla, ovvero “ 4/3/1943”, a cui sono particolarmente legato perché coincide con la data di nascita di mia madre. C’è una foto in bianco e nero e una freccia che indicava il palazzo presso il quale il cantautore alloggiava con sua madre, una sarta che vendeva le sue creazioni ai ricchi del posto. 

Lucio per chi l’ha realmente conosciuto era una persona semplice ed umile. Non si dava delle arie e spesso in occasioni di feste ha suonato gratuitamente in piazza per la gente. Altro che Simona Ventura. A Manfredonia potevi trovarlo per strada o dal panettiere in bermuda ed era sempre generoso, parlando alla perfezione il manfredoniano. Tant’è che una volta una televisione barese lo intervistò chiedendogli se amava la Puglia. Lui rispose, di essere innamorato di Manfredonia, e si espresse in questo inconfondibile idioma.
 
Nutriva un rapporto profondo d’amore con la città. Infatti, in una delle sue ultime interviste dichiarò: «Le mie radici e la mia cultura appartengono a questa terra. È vero che sono nato a Bologna, ma non mi sono mai sentito emiliano quanto piuttosto manfredoniano, non fosse altro che per la mia infanzia trascorsa qui con mia madre, nel periodo compreso tra i sei e i quindici anni. Ci sono tornato spesso, successivamente, da queste parti e fu proprio in una sera di anni fa che, in macchina nella piana di Macchia, con le luci spente e il buio che mi circondava, mi sentii orgoglioso di provare emozioni come quelle che pervadevano Matteo Salvatore. In quei momenti, in compagnia di amici, ascoltavamo il buio e vedevamo il silenzio». Ciao Lucio!

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