15.2.17

ADDIO PARCO MARINO DELLE ISOLE TREMITI

Pianosa - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


di Gianni Lannes

Prima le trivelle petrolifere e gli impianti eolici a caratura industriale (avevo lanciato il primo allarme sul quotidiano La Stampa il 28 ottobre 2008), ora una speculazione in piena regola per favorire le industrie tedesche in Montenegro. Autolesionismo italidiota? Peggio. Gli stupri ambientali non si arrestano mai. Ministro dell'ambiente Galletti, come mai l'ente Parco Nazionale del Gargano non è stato minimamente coinvolto? L’ultimo ecomostro tricolore comunque di stampo internazionale, si chiama “Monita”: in apparenza ha le carte in regola ma vanta un notevole ritardo sulla tabella di marcia. Un elettrodotto lungo 415 chilometri, di cui 390 sottomarini, un ponte elettrico a corrente continua che unirà Villanova di Cepagatti in provincia di Pescara a Tivat in Montenegro. Un’opera “strategica” senza valutazione di impatto ambientale - almeno sulla carta - la cui sola realizzazione, se ultimata, costerà nel complesso più di un miliardo di euro; in compenso non arrecherà alcun vantaggio all'Italia.

 








Nessuna autorità ha calcolato i danni ambientali all’ecosistema marino di un’area protetta. Adesso i mezzi navali impiegati per il rastrellamento e la posa del cavidotto, come attesta l’ordinanza della guardia costiera di Termoli numero 67 del 28 dicembre 2016 che ha interdetto l’accesso alla zona di mare attorno a Pianosa, stanno distruggendo i fondali nel cuore della riserva marina della meravigliosa isola, la zona A del parco marino istituito nel 1989 con decreto ministeriale.

Mappa: archivio Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)




Un decreto interministeriale (direzione generale per il nucleare) del 12 luglio 2016 ha prorogato il termine per l’ultimazione del cavidotto Italia-Montenegro: 

«CONSIDERATO che, ai sensi dell’articolo 32 della legge n. 99/2009 e del Regolamento (CE) n. 714/2009 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 13 luglio 2009, una quota parte di tale infrastruttura, autorizzata con il citato decreto n. 239/EL-189/148/2011 del 28 luglio 2011, è stata individuata da Terna S.p.A. quale infrastruttura di interconnessione con l’estero sulla frontiera montenegrina, da realizzare ed esercire nella forma di “interconnector”, in sostituzione di quella nordafricana, non più realizzabile; VISTA la nota prot. n. 0022970 dell’1 dicembre 2014, con la quale il Ministero dello Sviluppo economico ha autorizzato il trasferimento della capacità assegnata ex articolo 32 della legge n. 99/2009 dalla frontiera Nord Africa alla frontiera Montenegro…».

Fra i motivi della proroga il fatto che il collegamento servirà in sostituzione di quello del Nord Africa, non più realizzabile. Il collegamento al Nord Africa, ha dichiarato Flavio Cattaneo ex amministratore delegato Terna, veniva garantito attraverso la realizzazione dell’elettrodotto Sorgente-Rizziconi aspramente contestato dai siciliani con strascichi giudiziari tuttora evidenti. L’opera è stata  inaugurata in pompa magna, dal primo ministro pro tempore Matteo Renzi. Se il progetto di collegamento con il Nord Africa non è più realizzabile, qualcuno di domanda, a cosa serve oggi l’elettrodotto Sorgente – Rizziconi? Terna ha parzialmente assegnato l’atto di autorizzazione relativamente alla realizzazione di un modulo di conversione alternata/continua della stazione di Cepagatti, al cavo terrestre di polo a+500 kV in corrente continua di circa 77 km fino al limite delle acque territoriali italiane per una potenza complessiva di 300 MW alla società Monita Interconnector, a responsabilità limitata. In pratica Terna e si è lavata le mani. Le società Terna e Monita hanno chiesto la proroga perché non sono in grado di ultimare l’opera nei termini previsti. Diverse per Terna le ragioni che hanno rallentato i lavori: il contenzioso giudiziario col Comune di San Giovanni Teatino nella fase di progettazione esecutiva, concluso ad ottobre 2015 con la sottrazione di una convenzione contenente la rinuncia da entrambe le parti al contenzioso in essere. La pronuncia, dell’autorità croate, sul passaggio dell’interconnessione nelle acque di interesse croato, avvenuta solo a maggio 2015 con conseguente notevole ritardo nell’avvio delle indagini marine di dettaglio finalizzate ad individuare il tracciato marino di collegamento ed a proseguire con le attività di ingegneria, produzione, posa e protezione del sistema cavo. Inoltre Terna sostiene di non aver concluso le procedure espropriative e si impegna ad ultimarle entro due anni. Il cavidotto potrebbe non essere realizzato perché ci sono seri problemi in Croazia che alla società Terna ha dettato delle condizioni: non può passare nei pressi dei pozzi petroliferi né vicino le area in cui insisteranno i nuovi pozzi stallare, l’intera spesa di realizzazione dell’opera sul territorio Croato è a carico della multinazionale dell’elettricità. Oltretutto avvisa che nel fondale marino potrebbero esserci degli ordigni bellici inesplosi. Non sarebbe neanche garantito l’approvvigionamento dell’energia elettrica del cavidotto, l’autorità dell’energia elettrica valutando costi benefici ha sospeso la data obiettivo e l’incentivo alla società in attesa di una nuova valutazione costi benefici di Terna.

A suscitare perplessità non è soltanto l’impatto ambientale dell’opera, quanto l’aleatorietà del progetto. Di fumo, infatti, la storia del cavidotto Tivat – Villanova è imbottito: ombre sulla sua realizzazione e nubi sul suo futuro. L’impianto avrebbe dovuto essere operante già dal 2015, e invece, stando alle stime dei tecnici, non potrà entrare in funzione prima del 2020. Un ritardo che ha comportato e causerà delle perdite ingenti al nostro erario. Il Monita è l’ultimo tassello che muove dall’ambizione di rendere l’Italia uno snodo energetico di primaria rilevanza internazionale. Un processo che virtualmente, in un futuro non meglio specificato, dovrebbe portarci grandi vantaggi, ma che, nella miglior tradizione italica, finora si è rivelato solo l’ennesima occasione di speculazione scriteriata. I primi accordi con la neonata repubblica montenegrina risalgono al 6 dicembre 2007, quando viene siglato dall’allora ministro dello Sviluppo Economico tale Pier Luigi Bersani, un primo documento in cui si prevede una connessione fra i due Stati al fine di sventare i rischi di black-out dovuti al deficit energetico italiano. Il progetto viene poi riesumato nel 2009 dal governo Berlusconi III. Nel frattempo però la situazione si è capovolta e da uno stato di undercapacity delle nostre centrali si è arrivati a un’overcapacity. L’impianto, dunque, ha già perso fra il 2007 e il 2008 quello che era il suo scopo iniziale.

A seguito dell'accordo firmato il 6 febbraio 2010, a Roma, tra l'Italia ed il Montenegro, i due Paesi hanno definito un rapporto di collaborazione strategica, nel cui ambito, la presenza italiana ed i correlati investimenti nel settore energetico del Montenegro si configurano come un aspetto particolarmente rilevante. Contestualmente all'accordo venne siglato un accordo intergovernativo per la realizzazione di un'interconnessione elettrica tra i due Paesi e offrire opportunità alle aziende italiane. Fin dalle primissime battute, vi è stato il coinvolgimento della società energetica italiana Terna per la realizzazione di un elettrodotto sottomarino da 1.000 megawatt, e la definizione di una partnership strategica tra Terna la società montenegrina CGES, azienda che gestisce la rete di trasmissione elettrica in Montenegro e le interconnessioni con i Paesi vicini. 

Ufficialmente nel gennaio 2015 è stato avviata la realizzazione dell'elettrodotto sottomarino tra Abruzzo e Montenegro. Per la sua presunta ed indimostrata rilevanza strategica, il progetto è stato riconosciuto come di interesse comune dell'Unione europea. Nel 2011 Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) ha richiesto alla Western Balkan investment facility di sostenere un finanziamento a fondo perduto del valore di 1,5 milioni di euro, per lo studio sull'impatto ambientale del cavo nel territorio montenegrino, con riferimento alla frazione su terraferma, a cui segue l'erogazione dei fondi richiesti. Nel 2013 la BERS diviene l'istituzione capofila per il finanziamento del progetto, rendendosi disponibile al finanziamento del progetto in 3 tranche, per un valore complessivo di 60 milioni di euro, per il rafforzamento delle linee di trasmissione interne in Montenegro e collegate ai territori della Bosnia-Erzegovina e della Serbia, a cui si aggiungono i 25 milioni di euro per la costruzione di una sottostazione elettrica a Lastva, punto di approdo del cavo sottomarino nei pressi di Tivat, in ragione dell'accordo con la Banca tedesca per lo sviluppo KFW, finanziamento in riferimento al quale il governo montenegrino era garante. Con riferimento all'intervento della KFW, appare necessario interrogarsi sulla sua opportunità, ai fini degli interessi delle aziende italiane e ove si consideri la già forte penetrazione economica tedesca nei Balcani e nel settore energetico continentale. In relazione all'attuale configurazione dei soggetti partecipanti al progetto "Monita", sorge qualche dubbio in merito al potenziale valore aggiunto, sotto il profilo sia finanziario che operativo, della presenza tedesca sostenuta, secondo fonti non ufficiali, dalle autorità del Montenegro e accettata da Terna. La società Siemens si è aggiudicata l'appalto per la costruzione della sottostazione di Lastva a seguito dell'ingresso di KFW e ha poi richiesto un aggravio di 10 milioni di euro, oltre alla proroga di un anno per la risoluzione dei lavori, malgrado quanto sancito nel bando. Le gare sono gestite formalmente da CGES, l'ente montenegrino di trasmissione elettrica, di cui Terna è partner. Il coinvolgimento di partner tedeschi, date anche le dinamiche che condizionano l'operatività di questi, ha portato ad un ridimensionamento di quelle che sono le potenzialità per le aziende italiane, svilendo di fatto la ratio stessa degli accordi intergovernativi originari tra Italia e Montenegro.

Nonostante ciò, l’esecutivo nostrano decide di andare avanti e l’obiettivo ufficiale della struttura viene modificato: non più la compensazione della nostra grave carenza elettrica, problema ormai risolto, ma l’importazione di energia da fonti rinnovabili per rientrare nell‘accordo 20-20-20 UE. Poco importa che sia già chiaro che l’Italia avrebbe raggiunto i criteri richiesti. Sia per il considerevole aumento del numero d’impianti rinnovabili, sia per una flessione dei consumi interni, la quota netta di consumi coperta da fonti rinnovabili si è portata nel 2013 al 16,7 per cento , un valore vicino al target assegnato all’Italia per il 2020 (17 per cento) e all’obiettivo individuato dalla Strategia Energetica Nazionale (19-20 per cento), mentre gli impianti alimentati da fonti rinnovabili hanno raggiunto il 40,2 per cento della potenza complessiva installata in Italia e il 38,6 per cento della produzione lorda totale. E i dati relativi al 2016 indicano un ulteriore miglioramento. Parallelamente l’esecutivo avvia con grande fervore un’intensa campagna di conquista del suolo balcanico. Molte aziende pubbliche e private del settore energetico vengono indirizzate e incoraggiate a compiere corposi investimenti in terra straniera, tra Serbia e Montenegro; gli stessi ministeri impegnano le proprie risorse per sviluppare progetti di dubbia valenza. Il 18 gennaio 2009 decollano da Roma con un volo di Stato il deputato Valentino Valentini (pdl), l’allora ministro del Turismo Michela Brambilla e il sottosegretario al Commercio Estero Adolfo Urso (an), accompagnati da una sessantina di imprenditori e dirigenti italiani. Fra questi, i rappresentanti di A2A, Enel, Terna, Banca Intesa, Ferrovie dello Stato ed Edison. Direzione: Podgorica, con la benedizione del Presidente e del ex Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola. Lo scopo della spedizione è quella di stringere rapporti con il governo montenegrino, guidato dalla controversa figura di Milo Đukanović. Milo Đukanović, perno nella politica del Montenegro dai primi anni del Duemila in poi, era già noto alle autorità italiane dal 2003, anno in cui la Procura di Napoli ha aperto un’indagine su un caso di contrabbando di che lo vedeva coinvolto in prima persona. Le procure di Bari e Napoli hanno poi accertato pericolosi collegamenti tra la camorra, la sacra corona unita ed esponenti montenegrini itimi del capo di governo. TraĐukanović e Silvio Berlusconi è nata una grande intesa. Fra le aziende più interessate a espandersi oltre l’Adriatico vi è la A2A che decide di investire in Montenegro 500 milioni di euro nell’acquisizione del 43 per cento della Epcg, il corrispettivo locale dell’Enel, guadagnando la quota di maggioranza e facendo dell’Italia il primo investitore estero in terra montenegrina. 

Solo la costruzione di nuove centrali garantirebbe l’arrivo di una quantità d’energia apprezzabile fino alle coste nostrane. Ma si tratterebbe di energia che, ad ogni modo, farebbe più comodo agli Stati balcanici. Bisogna ricordare che Serbia, Montenegro e Bosnia Erzegovina conducono da anni intense trattative con l’Unione Europea per entrarne a far parte il prima possibile, e per farlo devono raggiungere gli obiettivi minimi con quest’elettricità. L’Italia, invece, non avrebbe alcun bisogno attualmente di acquistarne e potrebbe impiegare le proprie risorse per incrementare e rafforzare la produzione interna di energia verde. È altresì impensabile che possano essere invertite le parti, ossia che a esportare sia lo Stato italiano e a comprare siano i partner balcanici. Questo in primo luogo per ragioni di mercato, per cui il prezzo da noi fissato non sarebbe affatto conveniente. Per questo motivo da progetto il cavo Tivat – Pescara non prevede il reverse flow e sarà unidirezionale. Comunque sia, l’Italia è ormai vincolata da accordi di cui non potrà liberarsi.

In ragione delle sacrosante proteste degli ambientalisti, di problemi burocratici nonché di procedure nebulose sotto la lente delle autorità locali, i lavori stentano a partire. Un altro accordo stipulato nel 2009 tra Podgorica e l’ex ministro Scajola impegnava l’Italia ad acquistare l’energia verde serba per quindici anni al prezzo di 155€/MWh, un prezzo folle, se si considera che il costo medio dell’elettricità italiana in Borsa Elettrica era di 63 €/MWh nel 2013, e all’epoca la Serbia ne vendeva all’ingrosso al prezzo di 40€/MWh. Inoltre, facendo una previsione, questo avrebbe portato a spendere ogni anno, e per 15 anni, fino a 930 milioni di euro. Tutto questo avrebbe permesso a SECI ed Elektroprivreda di ammortizzare l’investimento. A seguito di un’interrogazione parlamentare il ministero dello Sviluppo Economico ha puntualizzato a novembre 2014 che tale tariffa sarebbe stata adottata in caso di rischio di mancato raggiungimento degli obiettivi 20-20-20, in particolare nella parte relativa al raggiungimento del 17 per cento di produzione da fonti rinnovabili, per evitare sanzioni. Già dal 2012 però risultava chiaro che l’Italia sarebbe rientrata abbondantemente entro i termini del patto, senza bisogno di ulteriori approvvigionamenti. 
 
«Il Governo, nonostante il cambiamento di scenario, continua a considerare valido il progetto di interconnessione e garantisce che non ci saranno ricadute sulla bolletta degli italiani, mentre ci sono senz’altro una serie di obblighi che il Governo italiano si è assunto e che andranno rispettati, ma che saranno compensati dai vantaggi derivanti dall’interconnessione stessa», ha dichiarato il vice ministro allo Sviluppo Economico Claudio De Vincenti. Nella stessa conferenza ventilava anche una possibilità d’esportazione di energia dall’Italia ai Balcani, possibilità che attualmente, come abbiamo già visto, è estremamente remota, se non impossibile. Da quest’analisi i vantaggi che dovrebbero arrivare allo Stato paiono pressoché nulli nel futuro prossimo, così come sembrerebbero nulli i benefici che ne trarrebbero i cittadini; anzi, a ben vedere, sembra proprio che l’Italia continuerà a pagare a caro prezzo.

riferimenti:





















1 commento:

  1. Quante cifre, quanti soldi....ma a chi ci guadagna, non bastano mai i soldi?

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