28.8.12

GIORNALISTI ASSASSINATI E DIMENTICATI

Graziella De Paolo ed Italo Toni.

 di Gianni Lannes

Il 27 giugno si consumava la strage di Ustica, poi in sequenza la strage di Bologna. Entrambe ancora senza giustizia in uno Stato di diritto teorico a sovranità azzerata dal 1943. Anche a Beirut correva l’anno 1980, il due settembre. Quel giorno Graziella De Palo (24 anni) ed Italo Toni (50 anni) sono stati eliminati senza pietà. Due ricercatori della verità al prezzo della vita, sono stati inghiottiti dal buco nero del traffico di armi, orchestrato dallo Stato italiano.  Questi temerari giornalisti free lance, liberi e indipendenti, sono stati assassinati da terroristi palestinesi, grazie alla copertura del Sismi. Nonostante sia scaduto ampiamente il termine temporale di validità del segreto di Stato, confermato espressamente nel 1985 dall’allora primo ministro Bettino Craxi, i governi italiani, in particolare l’esecutivo Berlusconi e quello Monti,  non hanno disposto l’apertura dell’archivio blindato anche ai familiari. L’imbarazzante vicenda (un duplice omicidio con mandanti altolocati nelle sfere di potere ancora al comando) è troppo scottante, anzi destabilizzante per il sistema di potere imperante nello Stivale a stelle e strisce, perfino a distanza di 32 anni. Come ben sa Giulio Andreotti (organico a Cosa Nostra fino al 1980, come ha stabilito inequivocabilmente la Cassazione nel 2004, dopo è scattata la prescrizione dei reati). L’attuale presidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) è Massimo D’Alema, già noto in qualità di “premier” per i bombardamenti nell’ex Jugoslavia (anno 1999). L’ex comunista D’Alema, recentemente, si è limitato a presentare una cosiddetta riforma dell’intelligence tricolore. In sostanza: più poteri di controllo per il Copasir, anche sul segreto di Stato, piano di rafforzamento del ruolo del Dis, alta attenzione alla minaccia cibernetica. Ma questa è un’altra storia.

Ilaria Alpi e MIran Hrovatin.

27.8.12

BOMBE NUCLEARI USA:
IN ITALIA DESTINAZIONE ISRAELE


di Gianni Lannes

Non c’è freno all’orrore che dilania la Palestina. Dopo i cecchini addestrati a menomare i bambini sparando agli occhi,  dopo le bombe al fosforo, gli ordigni a grappolo e all’uranio impoverito,  Tsahal sperimenta una novità sulla pelle di un milione e mezzo di palestinesi rinchiusi nei lager di nuova generazione. Causano un’esplosione radioattiva di breve raggio. In teoria limitano i danni collaterali.  L’acronimo è “Dime” (Dense Inert Metal explosive). E’ un involucro in fibra di carbonio imbottito con tungsteno, cobalto, nickel o acciaio. Queste bombe rilasciano micro-schegge che tranciano tessuti molli e tendini. I feriti sono così destinati a morte sicura, poiché le schegge impercettibili restano nel corpo, provocando il cancro. L’ atomica in miniatura - ideata e fabbricata negli Stati Uniti d’America - viene attualmente utilizzata a Gaza dall’esercito israeliano sui civili palestinesi. La notizia del giorno è disarmante. Una gola profonda rivela: “Le Dime sono stoccate in Italia, nella base di Camp Darby in provincia di Livorno”. Una conferma indiretta all’accordo militar-commerciale stipulato dal governo Berlusconi con lo Stato israeliano. Ovviamente, dietro la regia dello zio Sam. Si attende urgente smentita del primo ministro Monti Mario, con prove alla mano verificabili dall’opinione pubblica. In ogni caso l’Italia conferma la sua sovranità azzerata.

TOSCANA: IL MISTERO DEGLI ELICOTTERI

AB 412 (archivio Aeromedia).

di Gianni Lannes

Ben 4 velivoli italiani di soccorso - pilotati da esperti con migliaia di ore di volo - sono precipitati nelle province di Grosseto e Livorno. Dal 2000 quattro “incidenti” in 7 anni. A distanza dai tragici eventi - sepolti in tutta fretta dalle autorità ed ignorati dall’opinione pubblica - non c’è ancora un barlume di verità e giustizia sulle vittime umane. Anzi, emergono i soliti depistaggi ed insabbiamenti orchestrati dai patriottici servizi segreti, mentre i governi Berlusconi, Prodi e Monti non hanno risposto alle interrogazioni parlamentari.  Le versioni ufficiali (di comodo) addossano la responsabilità al caso e all’errore umano. Isola di Capraia, Poggio Ballone e Parco dell'Uccellina: un triangolo maledetto. Nove morti e nessun responsabile: un filo nero che sembra legato dall'intensità del traffico aereo - controllato effettivamente dal padrone Usa - in un tratto di costa dove ci sono aeroporti civili e militari. Entriamo in qualche misterioso dettaglio.

Cronaca buia - Il 26 febbraio 2000 l'elicottero in dotazione all’azienda sanitaria locale, decolla da Orbetello per trasportare all'ospedale di Pisa un uomo colpito da infarto, ma il guasto ad uno dei due motori costringe il pilota da un atterraggio di emergenza.  La notte tra 9 e il 10 ottobre del 2001 l'elisoccorso Pegaso si schianta contro la collina di Poggio Ballone, a Tirli. Le vittime sono cinque: i due piloti, un medico del 118, un'infermiera, il ferito trasportato. Nel 2006 la magistratura archivia il caso. Nel novembre 2007 viene presentata dai familiari del copilota morto nell'incidente, Paolo Brancaleon, alla Procura Generale di Firenze un'istanza di riapertura delle indagini. Secondo l'avvocato che tutela la famiglia del copilota, gli accertamenti disposti dalla Procura di Grosseto non avrebbero approfondito alcuni aspetti legati all'alimentazione del velivolo. Il legale ipotizza che il brusco cambiamento di rotta dell'elicottero possa essere stato causato da un guasto che ha provocato il black-out della strumentazione di bordo. È la notte del 24 novembre 2007. In pochi attimi l’elisoccorso del 118, elicottero del soccorso sanitario della Regione Toscana, precipita inabissandosi ad una profondità di 105 metri, nel mare prospiciente l’isola del Giglio, a circa mezzo miglio dalla costa. L'intero equipaggio riesce a salvarsi.  Guasto tecnico o errore umano?    

AB 412 (foto archivio Aeromedia).

26.8.12

ALBERI: MONETA ECOLOGICA DEI BAMBINI


di Gianni Lannes

Nel bosco ci sono gli elementi principali della nascita, della crescita, della vita e della morte. E questo i bambini lo sanno meglio degli adulti. Ma quanti pargoli - particolarmente nell’occidente industrializzato - hanno mai attraversato una foresta? In Italia, addirittura, una legge risalente al 1992  è largamente inapplicata. Secondo il Corpo Forestale dello Stato,  “sul territorio nazionale esistono 12 miliardi di piante”. 

Normativa fantasma - La legge numero 113/92 prevede “l’obbligo per il comune di residenza di porre a dimora un albero per ogni neonato, a seguito della registrazione anagrafica”. Dodici mesi di tempo, dal momento della nascita, perché il comune interessato provveda a piantare un nuovo albero e quindici mesi perché l’ufficio anagrafe relativo registri sul certificato di nascita, il luogo esatto in cui l’albero sorge.  Le stime ufficiali attestano che su 9 milioni e 300 mila bimbi nati da residenti italiani dal ‘92 al 2008,  sono stati piantati appena 1 milione di alberi. Desolante. Eppure la legge è chiara: i comuni avrebbero dovuto agire in sinergia con le Regioni e il Corpo forestale dello Stato. I primi dovevano scegliere le tipologie arboree più consone al tipo di territorio nel quale sarebbero state piantate. Ai secondi spettava garantire un piano di coltura ed arredo ambientale in armonia con le necessità urbane e la tutela dei boschi. Nel 2008 la Finanziaria aveva previsto per la tutela del decoro ambientale dei Comuni, circa 150 miliardi di euro per un periodo di 3 anni, soldi spariti dopo il provvedimento taglia – ICI. Purtroppo la legge 113 non prevede in alcun caso un qualsiasi tipo di sanzione o d’obbligo d’imposta per i comuni inosservanti e, tanto meno, offre incentivi a chi la rispetta. Il che fa di questo regolamento più una enunciazione di intenti a carattere ecologista, che una normativa inderogabile. Eppure questa normativa, se seguita, avrebbe oggi il suo valore aggiunto e quantificabile economicamente. Infatti, non solo un albero di media grandezza è in grado di assorbire 12 chilogrammi di anidride carbonica in un anno, ma il Protocollo di Kyoto prevede per ogni paese la sottrazione dall’ imposta sul totale delle emissioni di gas serra prodotto, del legno delle proprie foreste. Un alleggerimento delle sanzioni internazionali di circa 1 miliardo di euro in 5 anni. Nel frattempo, dal ’92 a oggi, sono quasi 9 milioni gli alberi mai piantati a seguito della mancata osservanza della norma. Una perdita ecologica inqualificabile.

25.8.12

VIOLENZA: PANE QUOTIDIANO


di Gianni Lannes

Per strada la gente ti guarda torva, i sorrisi sono sempre più rari. Non vediamo l’Altro da noi. Non ci rapportiamo come persone, ma alla stregua di merci (“do ut des”). Ad un saluto spesso gli altri tirano dritto senza risponderti. Le discussioni, in ufficio o al tavolo con gli amici e i parenti sono diventate simili alle gazzarre televisive di politicanti da strapazzo e tuttologi dell’ultimo minuto. Tra una portata e l'altra come i cani rabbiosi contro i cani idrofobi dei salotti televisivi istigati dai presentatori. E' il nuovo modo di “conversare”.  Iracondi e inconsapevoli. I nostri spazi si riducono a metri quadri. Topi in gabbie sovraffollate. Sulla Rete, poi, va anche peggio. Santa televisione. Il sangue, l'orrore e la retorica del potere fluttuano continuamente dagli schermi televisivi.   L'orrore ha varcato la soglia delle nostre case. E' un ospite abituale, a cui siamo assuefatti, spesso atteso e benvenuto. La violenza è una droga. Chi la produce lo sa. La vende, la spaccia, la inserisce nei media. Lentezza, profondità, attenzione, ascolto, leggerezza, pensiero, nuvola, carezza, bacio, felicità, fiore, albero, bicicletta, riso, gratuità, generosità, girasole, acqua, amico, poesia, tenerezza sono parole che non si pronunciano neppure più. Mentre l’amore è un tabù. Questa overdose di violenza è la causa o l'effetto di una società malata? Perché la violenza è diventata una merce, che si progetta, si esporta, si compra? La guerra è diventata buona, si chiama esportazione di democrazia. I missili che colpiscono i civili sono fuoco amico e fanno a pezzi i bambini come in Palestina o Afghanistan e prima ancora in Jugoslavia. Ergo: le stragi belliche sono  “democratiche” e si consumano in spirito di amicizia. 



ORO BLU


di Gianni Lannes

Circa 100 miliardi di tonnellate di acqua cadono annualmente sulle terre emerse. Sotto forma di pioggia e di neve, l’acqua si riversa sulla terra, corre nei fiumi e raggiunge il mare: da qui tornerà a evaporare alla fine del grande ciclo. In realtà solo il 3 per cento di questa gran massa di liquidi è composta di acqua dolce. Il 70 per cento della superficie terrestre è ricoperta d’acqua, ma si tratta per il 97,5 per cento d’acqua salata. Del restante 2,5 per cento, l’acqua dolce da cui dipende l’umanità, tre quarti è condensata in calotte di ghiaccio. E mentre la popolazione del pianeta è triplicata nel corso dell’ultimo secolo, la domanda dell’acqua si è moltiplicata per sette e la superficie delle terre irrigate per sei.

Nell’ultimo mezzo secolo l’inquinamento delle falde acquifere ha ridotto di un terzo le risorse idriche. “1 miliardo e 400 milioni di persone vivono già oggi senza acqua potabile. Sono costretti a ricavarne da pozzi salini, putridi o inquinanti. E il loro numero potrebbe raddoppiare nei prossimi anni: entro il 2025 saranno 2 miliardi e 300 milioni”. E’ l’ultimo l’allarme lanciato dalla Commissione mondiale delle Nazioni Unite. L’Onu (Unep) calcola che “nel terzo Mondo la sete uccida ogni anno oltre 4 milioni di persone”, mentre lo sfruttamento dell’acqua si sta trasformando nel ricco business dell’oro blu.

24.8.12

LE ULTIME PAROLE DEL MONDO...


di Gianni Lannes

Non è in atto solo l’estinzione sempre più accelerata delle specie viventi. La globalizzazione mono-linguistica (a base del superficiale inglese) imposta al globo terrestre dagli illuminati miete vittime inconsapevoli:  idiomi in via di estinzione, voci che si spengono per sempre nell’indifferenza planetaria. L’annichilimento delle intelligenze standardizzate dal consumo di merci equivale alla fine di ben 2.500 lingue.
Oggi sul pianeta Terra si parlano 6.700 lingue, attestano i recenti aggiornamenti dell'Unesco, un'organizzazione delle Nazioni Unite che ufficialmente sostiene di tutelare (a parole, appunto) la cultura e la scienza. I dati tecnici (ampiamente sottostimati): 578 sono in una situazione molto critica, 526 seriamente in pericolo, 646 in pericolo, 601 vulnerabili. Dal 1950 ai giorni nostri se ne sono estinte 229. 199 idiomi sono parlati da meno di dieci persone. Da primato il mandarino parlato da 1 miliardo e 200 milioni di persone.
E' la forma di comunicazione che distingue gli esseri umani dagli animali. Ed è uno dei patrimoni più straordinari che l'umanità possiede. Perché ogni lingua nasconde una diversità culturale e una visione originale del mondo. Eppure, quasi la metà di quelle parlate sta scomparendo.

22.8.12

PAPPADAI: UNA DIGA DI RIFIUTI


di Gianni Lannes

Bentornati in Puglia, una delle 5 regioni italiane a rischio desertificazione, dove la guerra ambientale della Nato compie sperimentazioni quotidiane e le autorità “civili” a tutti i livelli fanno finta di niente. Ecco un enorme invaso nel territorio di Monteparano, ai confini con l’agro di Grottaglie in provincia di Taranto. Il bacino idrico - un’opera pubblica mai collaudata - è stato progettato per contenere 20 milioni di metri cubi d’acqua prelevati (a parole) in Basilicata. Solo che l’oro blu lucano - sempre più impestato dagli idrocarburi trafugati dall’Eni - non ha mai fatto la sua apparizione. Doveva servire a irrigare 7.200 ettari di terra nel Salento e nel tarantino, che però di acqua non ne hanno visto neanche una goccia, se non quella piovana. A scorrere è stato solo un fiume di denaro pubblico, erogato dall’ignaro contribuente italico: attualmente 250 milioni di euro. Al posto dell’acqua, in compenso sono confluiti i rifiuti.

20.8.12

ITALIA: SCORIE NUCLEARI INSABBIATE


Salerno, scorie radioattive.
di Gianni Lannes

Che fare dei rifiuti radioattivi? Trovato: nasconderli sott’acqua e sotto terra. Questa è stata la “soluzione” adottata dallo Stato italiano a partire dagli anni ‘60. Ecco una prova inossidabile. Un documento ufficiale della Commissione Europea, datato 16 luglio 2010, attesta che l’Italia ha affondato, già durante l’anno 1967, nell’Oceano Atlantico, ben 23 metri cubi di scorie atomiche ad alta attività. Da allora i governi tricolore, grazie all’ausilio dei servizi segreti e alla manodopera delle organizzazioni criminali, hanno fatto sparire in fondo al mare e nel sottosuolo, per esempio della Basilicata ma non solo, ingenti quantitativi di spazzatura atomica. Dopo 42 anni, dunque, ufficialmente emerge che lo Stivale, in balia delle mafie di Stato e multinazionali del crimine, ha inondato ed è stato appestato di scorie pericolose provenienti dall’estero. Ai curiosi e agli scettici si consiglia il valico ferroviario di Modane (alla voce transalpina Edf) ed un molo inaccessibile ai comuni mortali del porto di Genova.

Italia, scorie radioattive abbandonate.

ITALIA, RIFIUTI RADIOATTIVI

16.8.12

VENDOLA & RIVA




di Gianni Lannes


Il verbo di Nichi: «Io penso che abbandonare l’acciaio sarebbe una sconfitta, bisogna mettere in equilibrio il lavoro e la salute. Nelle carte dei magistrati c’è il percorso. L’ambientalizzazione della fabbrica può essere fatta solo a impianti accesi». Comunque,  «L’Ilva rispettava i limiti e si è adeguata alla legge regionale sulla diossina». Ma quando mai: gli ultimi tre rilevamenti dell’Arpa Puglia hanno certificato uno sforamento abnorme. Allora rinfreschiamo la memoria al governatore di Terlizzi. Ecco quanto asseriva Vendola nel dicembre 2011: «Ho i dati degli ultimi rilevamenti dell’Arpa sulle emissioni di diossina e furani a Taranto: siamo a quota 0,2 nano-grammi per metro quadrato. Vorrei ricordare a tutti che nel 2005 l’Ilva sputava in atmosfera fino a 10 nano-grammi di veleni. Questo dato è straordinario, è una delle migliori buone pratiche che ci siano state a livello europeo». Non era la prima volta che il guru della sinistra blaterava degli straordinari progressi del siderurgico. Basta rileggere la rivista IL PONTE (edita dai Riva). Ecco cosa diceva Vendola in un’intervista (spot) del novembre 2010, in atteggiamento da testimonial (di cui avevamo già scritto l’anno scorso, saccheggiata a piene mani dal Fatto Quotidiano della premiata ditta Travaglio & Scopiazza): «Gli investimenti dal punto di vista ambientale sono stati notevoli, sebbene rimanga ancora molto da fare. In moltissimi settori sono state applicate le migliori tecnologie disponibili, come previsto dalla legislazione europea, e a breve il cronoprogramma per l’ambientalizzazione completa dell’Ilva sarà attuato al 100%».  Vendola addirittura, ha fornito al periodico dei Riva una dichiarazione allucinante contro la consultazione popolare promossa dai movimenti tarantini per la chiusura dello stabilimento: «Chiesi ad Emilio Riva, nel mio primo incontro con lui, se fosse credente, perché al centro della nostra conversazione ci sarebbe stato il diritto alla vita. Credo che dalla durezza di quei primi incontri sia nata la stima reciproca che c’è oggi. La stessa che mi ha fatto scendere in campo contro il referendum per la chiusura del ‘polmone produttivo’ della Puglia».  

Il 19 dicembre 2008 la Regione Puglia - incalzata da una determinante spinta popolare - ha promulgato la legge numero 44: “Norme a tutela della salute, dell’ambiente e del territorio: limiti all’emissione in atmosfera di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani.” La normativa entra in vigore il 23 dicembre 2008 e prevede “un campionamento in continuo”. Il governatore  Vendola, presenta il provvedimento come un grandioso risultato a tutela dell’ambiente e della salute. Poco tempo dopo, però, il 30 marzo 2009, la Regione Puglia innesta la retromarcia e approva la legge numero 8 che modifica il comma 1 dell’articolo 3 della legge 44. Di fatto si passa dal “campionamento in continuo” al più conveniente - per l’Ilva, ovviamente -“valore medio su base annuale” da calcolare “con almeno tre campagne all’anno”. Nonostante l’aiutino a Riva, viene registrato ufficialmente uno sforamento. In ogni caso non viene monitorato il mercurio vomitato in atmosfera e scaricato in mare. Tantomeno la radioattività che fuoriesce dal camino E 312 e dagli 8 parchi minerari a ridosso del quartiere Tamburi. Anche l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) che consente il raddoppio della produzione, non prevede controlli in continuo, né la copertura dei parchi minerari da cui si sollevano le nubi di polveri che oscurano Taranto. L’anno scorso l’assessore all’Ambiente Lorenzo Nicastro (magistrato in aspettativa) dell’Idv  ha dichiarato entusiasta: «Siamo riusciti a tenere insieme le ragioni dell’ecologia con quelle dell’economia e del diritto alla salute con il diritto al lavoro. Un passaggio storico».  Nonostante processi e condanne il genocidio continua più di prima. C’è un rapporto dell’Azienda sanitaria locale Taranto 4 che reca la data dell’8 aprile 1995. Il fascicolo contiene una ricerca dell’oncologo Mariano Bizzarri, consegnata anche alla magistratura. In quel documento si sosteneva con dovizia di prove che «il massimo contributo all’inquinamento proviene dalle emissioni industriali». 

15.8.12

VENDOLA: «VIETATO CHIIUDERE L'ILVA»


di Gianni Lannes

Per dirla con Oscar Wilde: “Mentire con garbo è un’arte, dire la verità è agire secondo natura”. Allora, veniamo ad un classico già sperimentato due anni fa con le regalie di soldoni pubblici al famigerato don Luigi Verzé. Dichiara l’illuminato Nichi: «Il percorso è indicato proprio nell'ordinanza del gip. Si può garantire fin da subito la salute dei cittadini senza dover chiudere gli impianti: l'Ilva è una città e se chiudesse ci troveremmo di fronte al più impressionante cimitero industriale del mondo». Lo ribadisce il presidente della Puglia Nichi Vendola sottolineando che «adesso spetta all'Ilva rimuovere dalla scena del siderurgico tutto ciò che nuoce. L'ordinanza del gip - precisa - descrive puntualmente quali sono gli elementi che pregiudicano la salute dei cittadini e credo che l'Ilva abbia le competenze per attuare un programma di interventi a brevissima, media e lunga scadenza. Deve rimuovere subito quegli elementi che compromettono l'insieme del diritto alla salute, dalle partite di acquisto di cospicue quantità di filmante che serve a ridurre al minimo lo spolverio, come la riduzione della produzione nei giorni di vento forte, l'installazione di centraline di un monitoraggio più in profondità dell'impianto, che noi abbiamo chiesto». Per Vendola è «Offensivo l'attacco del giudice Amendola, perché noi, come Regione, abbiamo fatto la differenza in questi anni. I primi controlli all'Ilva li ho fatti io nel 2008. Oggi abbiamo una legge antidiossine e antibenzopirene». Vendola insiste sulla necessità di una mediazione e si chiede se davvero «possa chiudere il più grande polo dell'acciaio. E' progressista - aggiunge - che l'Italia dismetta alcune sue antiche e robuste tradizioni produttive? E' legittimo pensarlo, ma io non sono d'accordo».  Vendola, anche lei è sul libro paga del clan Riva?

Ilva fuorilegge - Nichi Vendola non parla, narra frottole incommensurabili. E basta poco per smascherarlo, se ancora ce ne fosse bisogno.  E allora diamo un’occhiata alle cifre ufficiali. L’Ilva è il quarto gruppo siderurgico d’Europa e fattura 8 miliardi di euro. La società Utia sa (Riva Fire) ha sede in Lussemburgo: un paradiso fiscale non a caso.  Prendiamo il “Rapporto Ambiente e Sicurezza 2011” dell’Ilva S.p.A: i numeri smentiscono Vendola. Il dato emerso dall’ultima campagna per la rilevazione di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino E312 effettuata da Arpa Puglia, che ha registrato un risultato pari a 0,2 ng ITE/ Nmc. Risultato inferiore al valore limite imposto dalla legge regionale - numero 44 del 19 dicembre 2008 - di 0,4 ng ITE/Nmc.  Questa normativa regionale  pur essendo stata ammorbidita dalla giunta Vendola nel marzo del 2009, parla chiaro: dopo aver effettuato tre campagne di misura annuali, il valore di emissione su base annuale sarà ottenuto mediante la media aritmetica dei valori di emissione delle campagne di misure effettuate. Media aritmetica che non dovrà essere superiore al valore limite imposto dalla legge regionale stante in 0,4 ng ITE/Nmc. Ora: se la matematica non è un’opinione, sommando le tre campagne di rilevazione effettuate da Arpa Puglia (febbraio 0,68 + maggio 0,70 + novembre 0,20) il risultato che ne vien fuori è 1,58 che diviso tre porta la media annuale a 0,52 ng ITE/Nmc: un risultato sicuramente importante, ma che è semplicemente oltre il limite imposto dalla legge regionale, che essendo entrata in vigore il 1 gennaio 2011, non può essere considerata dai dirigenti un obiettivo da raggiungere, bensì un limite da rispettare: punto. Dunque: l’Ilva è semplicemente fuorilegge.  Inoltre: ciascuna di queste campagne di rilevamento solo di diossine e furani, ma non di mercurio o addirittura di radioattività  (che avvengono “senza preavviso”, ma con i tecnici Arpa che impiegano ben 90 minuti per arrivare dai cancelli d’ingresso al camino E-312 e montare la relativa attrezzatura) si articolano su tre misure effettuate in tre giorni consecutivi di 8 ore ciascuna. Ora: sempre se la matematica non è un’opinione , parliamo di 24 ore a campagna, per un totale di 72 ore di rilevamento dati. L’Ilva però, è un impianto sempre in ciclo, che opera 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. Un anno è composto da ben 8.760 ore, quindi siamo su una percentuale di 0,82 ore coperte nell’arco di un intero anno. Quanto è efficace una legge che è stata modificata proprio per occultare la verità? La legge in questione prevede che “il valore di emissione derivato da ciascuna campagna sarà ottenuto operando la media aritmetica dei valori misurati, previa sottrazione dell’incertezza pari al 35%”, come del resto prevede anche la norma UNI EN 1948:2006 dell’Unione Europea sulle rilevazioni delle emissioni tossiche, a cui la legge regionale fa riferimento. Sapere quanta diossina viene emessa dal camino E-312 ogni singolo secondo, sarebbe tutt’altra storia e darebbe senz’altro risultati scientifici inconfutabili e certi. E qui siamo costretti a riaprire la famigerata diatriba relativa al “campionamento in continuo” delle emissioni di diossina e furani dal camino E-312, che ha vissuto una storia sin qui alquanto tribolata. Questione che all’Ilva non riguarda, e a ragion veduta, visto che nel Rapporto gli vengono dedicate pochissime righe a pagina 55, in cui l’azienda sostiene essere ancora in corso d’opera la prima fase dello studio di fattibilità sulla sperimentazione di tale operazione, che è partita ufficialmente lo scorso 21 marzo. Poi, nello scorso luglio, ad Arpa Puglia arrivò una comunicazione da parte del Ministero dell’Ambiente, secondo cui si era messo in moto In origine, l’articolo 3 della legge regionale prevedeva l’obbligo di tale campionamento: poi, nel marzo del 2009, tale articolo fu “aggiustato” diventando un campionamento da svolgere minimo tre volte in un anno. Ma nella “revisione” del 2009, non avvenne la totale prescrizione dell’articolo 3, ma soltanto una semplice aggiunta di un “comma 1 bis”, lasciando così in vigore l’articolo 3 in cui è previsto “l’obbligo per le aziende di presentare un piano per il campionamento in continuo”, che come detto è ancora lungi dall’essere concretizzato.  

ILVA: INCUBO INFINITO


di Gianni Lannes

«Bisogna mettere fine alla confusione dei ruoli tra governo e magistratura perché l’incertezza che si è creata sul caso dell’Ilva di Taranto mette a rischio l’intero sistema industriale italiano». Ultima parola del ministro dell’Industria, pardon dell’Ambiente. Corrado Clini lancia l’allarme, preoccupato sia delle ricadute sul piano della credibilità e affidabilità del sistema Paese nei confronti degli investitori, soprattutto esteri, sia del fatto che fermare l'impianto a caldo dell'acciaieria richiederebbe troppo tempo e vorrebbe dire di fatto la chiusura definitiva dell’Ilva. E l’addio a migliaia di posti di lavoro.  «La finalità dell’azione del Governo verso la magistratura, con il possibile ricorso alla Consulta che stiamo valutando - scandisce il ministro - è stabilire i ruoli rispettivi, non di aprire un conflitto». Il fatto è, dichiara Clini, che il lavoro del gip, pur «scrupoloso e coraggioso» rischia però «di confliggere con l’esercizio ordinario perché non siamo in presenza di un'amministrazione inadempiente». Il conflitto di attribuzione, insomma, sarebbe l'ultima ratio, in caso non si riesca a trovare una soluzione di equilibrio, che tenga insieme la tutela della salute con quella dei posti di lavoro. Il governo conta molto sulla missione del 17 agosto, quando Clini, Severino e Passera (l’ex banchiere amico dei Riva) saranno a Taranto e incontreranno i dirigenti dell’azienda e gli amministratori locali. Ma soprattutto, sottolinea Clini «speriamo in un incontro almeno con il Procuratore capo, perché se riusciamo a trovare un punto di equilibrio abbiamo risolto i problemi». Peraltro, ha osservato sempre Clini, a Taranto c’è un conflitto interno alla magistratura, visto che il Tar aveva valutato troppo severe le indicazioni dell’autorizzazione integrata ambientale (la nuova, ha garantito, arriverà entro il 30 settembre), mentre il gip le ha considerate inadeguate. In più, le valutazioni di Todisco, insiste Clini, si basano su rischi della salute validi per gli anni passati, ma «impossibili» da correlare con i rischi attuali. Per questo il ministro chiede un aggiornamento dei dati, annunciando che al monitoraggio dell'inquinamento a Taranto collaborerà anche l’Organizzazione mondiale della sanità. Mentre il ministro Balduzzi, invitando a non contrapporre salute e occupazione, ha fatto sapere che entro ottobre saranno disponibili nuovi dati per avviare «una strategia sanitaria per Taranto». Difende invece le toghe l'ex pm Antonio di Pietro, che punta invece il dito contro la proprietà dell'Ilva che ha per anni «foraggiato la politica» mentre «avvelenava Taranto». Insomma rassicurazioni a buon mercato delle autorità di Stato.

14.8.12

INQUINAMENTO A TARANTO: MO’ AVAST’

di Gianni Lannes

Qui i veleni industriali inquinano aria, acqua, terra e cibo. Ogni giorno uccidono e fanno ammalare persone inermi, soprattutto i bambini. La prima denuncia risale al 1965, mentre, la prima manifestazione ambientalista è andata in onda 42 anni fa. La città nel 1995 è stata segnalata dall’Organizzazione mondiale per la sanità “area a elevato rischio ambientale”, insieme ad altri 11 siti italiani, tra cui Brindisi e Manfredonia in Puglia, a tutt’oggi non ancora bonificati. Il 23 aprile 1998 un decreto del Presidente della Repubblica ha dichiarato “Taranto città ad alto rischio ambientale”. Eppure il governatore Nichi Vendola ha avuto la faccia bronzea di dichiarare pubblicamente che a Taranto non c’è emergenza ambientale”.

Fior di prove - La ricerca più recente del Cnr a firma di Maria Angela Vigotti dell’università di Pisa attesta che a Taranto si muore indiscriminatamente di inquinamento almeno fin dal 1979. La mortalità generale in loco supera del 20 per cento quella regionale, già elevata. La prima condanna in tribunale per “getto di polveri” giunge nel 1982 (quindici giorni di reclusione per il direttore dell’allora Italsider, ad opera dell’attuale procuratore capo Franco Sebastio), la prima condanna per Emilio Riva arriva per i “parchi minerali” nel 2002, nel 2007 Emilio Riva e suo figlio Claudio furono anche interdetti dall’esercizio dell’attività industriale, e fu loro inibita la possibilità di contrattare con la pubblica amministrazione. Nel 2008 il pediatra Giuseppe Merico ha denunciato i risultati di alcune analisi su campioni di latte materno: i neonati succhiano latte con dosi di diossina 25 volte superiori ai limiti imposti a livello internazionale dall’Oms. Un altro studio che analizza il cancerogeno benzo(a)pirene ha scoperto che un bambino di Taranto inala senza volerlo 2 sigarette al giorno (39 pacchetti l’anno). Secondo i dati dell’Inventario nazionale delle emissioni e delle loro sorgenti, “il 92 per cento della diossina prodotta in Italia” fuoriesce dai camini dell’Ilva. Come tralasciare le immense discariche Italsider e poi Ilva dove è stato seppellito di tutto? Nel Mar Jonio l’Ilva scarica impunemente ingenti quantità di mercurio. Dulcis in fundo: l’inquinamento radioattivo del siderurgico non è stato mai analizzato, ma esiste. E’ stato per caso Prodi a capo dell’Iri che invece di risanare l’ex Italsider ha venduto (si fa per dire) per un piatto di lenticchie ai Riva? Davanti a questa realtà le Istituzioni non hanno saputo o forse voluto tutelare i cittadini, non hanno saputo o forse voluto imporre il rispetto della legalità e del diritto. Il governatore Nichi Vendola non ha saputo far di meglio che pavoneggiarsi nel novembre 2010 in un’intervista sul primo numero della rivista IL PONTE, edita dai padroni del siderurgico. 


13.8.12

TARANTO: LA SALUTE NON CONTA


di Gianni Lannes

Si parla sempre più a vanvera. Tanti, specie i giornalisti venduti ed i sindacalisti prezzolati, non hanno mai  messo piede più a sud di Roma, eppure sproloquiano di posti di lavoro da tutelare all’Ilva. Parecchi propinano ricette preconfezionate mirando al pacchetto elettorale. Pure il comico grullo ha fiutato il tornaconto.  La preoccupazione del governucolo Monti e del governicchio Vendola è tutta incentrata sul fermo dell’infernale siderurgico piuttosto che sui morti, sui malati, sui malformati che si registrano a causa delle emissioni dell’Ilva. A parte l’inquinamento dell’Eni e della Cementir (proprietà Caltagirone, cognato dell’alleato Casini a cui il governatore Nichi ha girato ben venti milioni di euro pubblici). Soltanto nel 2010 l’Ilva, secondo calcoli ufficiali (e quindi sottostimati) - senza contare le scorie radioattive volatili - ha vomitato dai propri camini oltre 4 mila tonnellate di polveri, 11 mila tonnellate di diossido di azoto e 11 mila e 300 tonnellate di anidride solforosa, 7 tonnellate di acido cloridrico; 1 tonnellata e 300 chili di benzene; 338,5 chili di IPA; 52,5 kg di benzo(a)pirene; 14,9 kg di diossine. A queste si aggiungono poi le emissioni “ non convogliate”, ovvero quelle che non escono direttamente dai camini e che la  stessa Ilva stima in ulteriori 2148 tonnellate di polveri; 8800 chili di IPA; 15 tonnellate e 400 chili di benzene; 130 tonnellate di acido solfidrico; 64 tonnellate di anidride solforosa e 467 tonnellate e 700 chili di Composti Organici Volatili. Una enormità di veleni che si aggiungono a quelli scaricati nei decenni precedenti e che comportano danni gravissimi alla salute umana.

9.8.12

ISOLE AL FEMMINILE
FRA DUE CONTINENTI


di Gianni Lannes

Il destino di un luogo può essere segnato per sempre anche da un solo nome. Che può diventare nello stesso tempo, gloria o condanna, vanto o vergogna. Ci sono paesi in cui i sovrani hanno modificato i connotati solo per un vezzo. Altri, al contrario, combattono per il motivo opposto, per dimenticare qualcuno. C’è un’isola dell’Egeo che è a metà strada. Da una parte ha l’orgoglio di essere la patria di Saffo, la grande poetessa dell’antichità; dall’altra la voglia di rompere l’identificazione con la sua omosessualità. E’ l’isola di Lesbo. Quello che sorprende è che sull’isola le donne hanno conquistato un evidente potere. In qualche modo c’entra anche Saffo. Ma avanza pure una spiegazione ben precisa. Sono pochi i posti che più dell’isola di Lesbo vanno famosi per il motivo “sbagliato”. Forse, solo la Sicilia, collegata con la mafia è paragonabile. Si dice Lesbo e si pensa a Saffo e si dice omosessualità femminile. Al di là degli ovvi pregiudizi, oggi Lesbo, altrimenti detta Mitilene, dal suo centro abitato principale, è un’isola dove le donne vogliono contare. Ed effettivamente, contano molto. Non è raro trovare a Lesbo una donna imprenditrice, arrivata a coprire cariche di responsabilità. Quel che altrove è una conquista della modernità, o che viceversa, magari, in un’isola costituisce un traguardo più difficile, qui è un dato acquisito.

8.8.12

MERCURIO ALL’ULTIMA SPIAGGIA


di Gianni Lannes

Un tuffo in un mare caraibico? Allora l’alto Tirreno in Italia, è l’ideale, almeno sulla carta. A Rosignano in provincia di Livorno il mare turchese e la sabbia bianca sono però uno degli effetti degli scarichi chimici. L’Agenzia ambientale Onu ha classificato questo tratto costiero come uno dei 15 più inquinanti d’Italia. Cielo, suolo, sottosuolo e mare brutalizzati per oltre un secolo dalla multinazionale Solvay con sede a Bruxelles. In questo angolo della Toscana, alle famigerate “spiagge bianche”  - da Rosignano Marittima a Vado - è possibile tuffarsi in un “limpido” mare al mercurio. La gente accorre a frotte in un'area non balneabile: i cartelli stradali indicano proprio "spiagge bianche". C’è l’interrogazione parlamentare numero 4-08856 – indirizzata ai ministri dell’Ambiente, della Salute e di Grazia e Giustizia - che dal 30 settembre 2010, nonostante 15 solleciti - l’ultimo il 27 luglio 2012 - non ha ricevuto una risposta sia dal governo Berlusconi che dall’esecutivo Monti.  Scrivono ben sei deputati: «nel mare sono presenti almeno 400 tonnellate di mercurio, come verbalizzato dalla conferenza di servizi nel luglio 2009, dato confermato anche dall'Arpa Toscana. Anche il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare è stato coinvolto grazie all'Osservatorio istituito per verificare se Solvay rispettasse l’accordo di programma del 2003, che prevedeva alcune misure di ambientalizzazione: l'arresto dell'elettrolisi del mercurio, micidiale in quanto produce cloro e soda caustica; la riduzione degli scarichi solidi bianchi fino a 60 mila tonnellate l'anno».
  

7.8.12

ITALIA SVENTRATA: LE ECOMAFIE
RINGRAZIANO LO STATO

Capitanata, cave.

di Gianni Lannes

I giacimenti minerari e le rocce sono un patrimonio inestimabile della nazione. Ma il loro destino è nelle mani ben salde degli speculatori senza scrupoli e della criminalità organizzata sovente al servizio fuorilegge dello Stato. E’ il primo passo per la devastazione ambientale, addirittura in un paese ad elevato rischio idrogeologico e sismico. Lo spettacolo è a dir poco agghiacciante: la popolazione italiana sembra perennemente distratta. Montagne e colline sventrate, anche in “aree protette”, davanti agli occhi delle forze dell’ordine e della magistratura. Un esempio? Il parco della Maiella in Abruzzo o il parco nazionale del Gargano. Perfino il Veneto non è da meno nella corsa speculativa a tutto spiano. E’ l’immagine del Belpaese in via di disintegrazione che deturpa il suo paesaggio, disseminandolo di migliaia di cave a cielo aperto, meta allo stadio finale, di rifiuti pericolosi, chimici e radioattivi. Un patrimonio naturale svenduto a canoni irrisori se non gratis come in «Valle d’Aosta, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna» attesta Legambiente.

Apricena, cave.