31.7.12

MARI ED OCEANI DI PLASTICA


di Gianni Lannes


Dalle fabbriche chimiche alla terra, ai fiumi, ai fondali marini. E’ il viaggio percorso da 130 milioni di tonnellate di plastica - un ammasso grande quanto l’Europa centrale - prodotta ogni anno e rilasciata nell’ambiente, dove si accumula sotto forma di particelle e di fibre più piccoli di un centimetro. Sono corpuscoli microscopici che si formano dalla graduale rottura e abrasione degli oggetti in plastica, vestiti, corde, contenitori. Circa 1000 miliardi di sacchetti di plastica sono fabbricati ogni anno nel mondo. Gli involucri sono costituiti per la maggior parte di polietilene o, più raramente di PP (polipropilene) o di PVC (polivinile cloruro). Queste materie prime derivano al 100 per cento da prodotti petroliferi e non sono biodegradabili. Ci vuole meno di un secondo per fabbricare un sacchetto di plastica che resterà mediamente 20 minuti in mani umane ma impiegherà 450 anni per sparire nella natura. Il tappo di plastica di una bottiglia può navigare per i mari inalterato per più di un secolo. 

Rodi Garganico.

30.7.12

MALATI DI MENTE: MALATI DI NIENTE...

Manicomio, Potenza.
di Gianni Lannes

Di follia si muore nel Belpaese: dal suicidio cruento, all’annientamento invisibile a base di psicofarmaci (più pericolosi delle droghe comuni, ma non sanzionati dal codice penale). E c’è pure chi lucra con i micro manicomi - alla voce cliniche private - in barba alla legge Basaglia del 1978. Chi? La Cir della famiglia De Benedetti: editori del quotidiano La Repubblica, del settimanale L’Espresso e padroni di Radio Capital.
Scosse disumane - «34 anni dopo la legge 180 si viene ancora ricoverati in ospedale psichiatrico e nelle strutture pubbliche e private si fanno tuttora gli elettroshock» rivela lo psichiatra Salvatore Lupo, leader di Psichiatria Democratica. In Italia, infatti, l’elettroshock non è proibito da alcuna legge. Per il Consiglio Superiore di Sanità possono essere sottoposti a terapia elettroconvulsivante, ossia a scariche nel cervello di corrente elettrica alternata fra 100 e 130 volt «pazienti affetti da episodio repressivo e rallentamento psicomotorio (classificazione ICD 10), quando non possono attuarsi terapie farmacologiche, ovvero nei casi di vera ed accertata farmaco-resistenza e nei casi nei quali è controindicato l’uso di psicofarmaci, nei casi documentati di precedenti e gravi effetti collaterali imputabili agli antidepressivi, in pazienti affetti da forme maniacali resistenti alla terapia farmacologia o effetti da sindrome maligna da neurolettici  nei casi di catatonia maligna». Quanto a garanzie il testo specifica: «Nei casi in cui il paziente, in ragione della sua malattia, non sia in grado di esprimere liberamente il proprio assenso, il trattamento può essere praticato con il consenso del tutore legale e tramite la procedura del Tso». Al riguardo la letteratura scientifica ben documenta gli effetti collaterali:  amnesia, deficit cognitivo, lesioni cerebrali, ipertensione cronica, emorragia endocranica, infarto miocardico, distacco retinico, malattie degenerative dell’apparato osteo articolare, stati confusionali. Perché si ripropone la Tec? Semplice: è altamente lucrativa e non sporca le mani dell’industria sanitaria. Eppure è in vigore una circolare del ministero della Sanità che recita: «L’elettroshock si può fare in un unico caso - peraltro rarissimo - di depressione resistente a tutti i farmaci».
Manicomio, Bisceglie.

29.7.12

ILVA CHIUSA: UN FUTURO SENZA TUMORI


di Loredana Russo

L’aspetto più drammatico della vicenda che ha investito la città di Taranto non è la battaglia dei poveri che si sta consumando per le strade del capoluogo, da quando si è diffusa la notizia del sequestro precauzionale dell’area a caldo dell’Ilva. Non è nemmeno il disagio che migliaia di operai stanno procurando ai loro concittadini, minacciando uno sciopero ad oltranza. Nessuno può essere contro gli operai, non foss’altro che, quasi in ogni famiglia di Taranto o della sua provincia, c’è qualcuno che ha – o ha avuto - a che fare con “ ‘u siderurgico”. Nessuno – nemmeno gli operai – può essere contro la tutela della salute: gli operai - i cui figli, malati di leucemia, agonizzano davanti ai loro occhi ogni giorno - costretti a lavorare proprio nel luogo da cui provengono i veleni che uccidono le loro creature, conoscono bene il valore inestimabile della vita, tanto quanto tutte le vittime del cancro che, all’Ilva, non ci hanno mai messo piede. Nessuno può essere contro la tutela del lavoro: a Taranto, gli operai, i pescatori, gli allevatori di mitili, gli artigiani, gli agricoltori, gli impiegati, gli insegnanti, sono sullo stesso fronte. Chi fa passare l’idea che siano avversari, o si sbaglia, o è disonesto.

27.7.12

OMAGGIO A TARANTO

Taranto.

di Gianni Lannes

L’antica bellezza primordiale dei suoi paesaggi che fondono lo Jonio e l’entroterra, commuove anche le pietre.

Il futuro di Taranto e provincia è legato al risanamento integrale del territorio, inquinato da oltre mezzo secolo di industrialismo fuori luogo.

Nonostante le laceranti ferite inferte dallo Stato tricolore, dai boiardi di turno e da tutti i servi del potere (politicanti da strapazzo, sindacalisti venduti al miglior offerente e ambientalisti di facciata), in nome del profitto economico a tutti i costi, questo straordinario territorio può tornare a vivere.

Taranto, Mar Piccolo.

ILVA: SOLUZIONE ALL’ITALIANA


di Gianni Lannes

Le autorità statali, regionali, provinciali e comunali hanno occultato la situazione per mezzo secolo sulla pelle dei tarantini, ma alla fine una pur minima resa dei conti è arrivata. La Procura della Repubblica di Taranto ha ristabilito la verità. I Riva - padroni dell’Ilva - che hanno incamerato profitti stellari e reso gli operai carne da macello, devono rispondere davanti a un tribunale di disastro ambientale e, se la tesi dei periti verrà confermata, di morti e malattie diffuse sul territorio. «Chi gestisce l’Ilva ha svolto attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza». Scrive così nell’ordinanza il gip Patrizia Todisco che ordina il sequestro di 6 reparti dello stabilimento. Secondo il giudice, c'è stata una «totale noncuranza dei gravissimi danni alla salute e all'ambiente». Per questo 8 indagati, tra cui il pluripregiudicato Emilio Riva, nonché suo figlio Nicola, sono finiti agli arresti domiciliari.

26.7.12

ILVA, SEQUESTRATE ALCUNE AREE.
ARRESTI DOMICILIARI PER EMILIO
E NICOLA RIVA


di Gianni Lannes

E’ il passo propedeutico alla chiusura di questo inferno che miete vittime a non finire. La Procura della Repubblica di Taranto ha disposto il sequestro, con il conseguente blocco delle attività, di tre aree dell’impianto siderurgico dell’Ilva a Taranto. Secondo i magistrati le emissioni dell’impianto hanno messo a rischio la salute di migliaia di lavoratori e di abitanti delle zone circostanti. Il gip Patrizia Todisco ha firmato il provvedimento di sequestro degli impianti dell’area a caldo dell'Ilva di Taranto (cokerie, agglomerato, parchi minerari) e misure cautelari per 5 indagati nell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici Ilva. I provvedimenti non sono stati ancora eseguiti. Le decisioni fanno seguito ad una approfondita inchiesta sull’ipotesi che le diossine e altri agenti chimici provenienti dall’acciaieria abbiano causato un incremento abnorme dei casi di cancro e di malattie cardiovascolari a Taranto. Al ministero dell’Ambiente, nel frattempo, dove si è svolta una riunione sul risanamento della zona dell'acciaieria, è stato raggiunto un accordo tra governo, enti locali e gruppo Riva, che prevede 330 milioni di investimenti per la bonifica ambientale, 7,5 dei quali provenienti dalla società. Il ministro per l’Ambiente Corrado Clini è perentorio: “Lo stabilimento non va chiuso”.  L’Ilva di Taranto “non va fermata. Il giudizio sui rischi connessi ai processi industriali dello stabilimento va attualizzato”. A sottolinearlo in un'intervista al 'Sole 24 Ore' è proprio Clini, nel giorno dell'incontro al ministero col governatore della Puglia NichiVendola per la definizione dell’intesa sugli interventi urgenti di bonifica, riqualificazione e infrastrutturazione della città di Taranto. Se le diossine sono ben presenti nel latte materno, il piombo è ormai penetrato nelle urine, ma le autorità si affrettano a sostenere ancora che “è tutto sotto controllo”. C’è un solo rimedio attendibile: la chiusura definitiva di questo inferno e la bonifica integrale del territorio (mare incluso) a carico del clan Riva.

Perizia giudiziaria 1

Perizia giudiziaria 2

Piombo nelle urine

LIBIA: IL LEONE DEL DESERTO

di Gianni Lannes

Ecco la storia di un genocidio di marca italiana dimenticato o ignoto ai più. Il 16 settembre 1931, Omar al-Mukhtar, il “leone del deserto”, capo dei partigiani che si battevano contro i militari “brava gente” in Libia fu fatto impiccare dal “benemerito” generale Rodolfo Graziani. Terminava così una lotta per la libertà e l’indipendenza che durava dal 1912. L’esercito fascista pur di avere ragione della resistenza libica, non solo non esitò ad usare i bombardamenti aerei a base di gas proibiti dalla Convenzione di Ginevra del 1925 (soprattutto iprite) sulla popolazione inerme, ma adottò anche la soluzione finale della deportazione in campi di concentramento. In centomila furono strappati dai loro villaggi e dalle loro case. In quarantamila morirono di stenti.

25.7.12

DUE FINANZIERI AMMAZZATI
DALLO STATO ITALIANO

Agusta a 109.

di Gianni Lannes

La verità è prigioniera di un silenzio assordante. Due marzo 1994: serata di stelle lucenti e di vento che accarezza le nuvole sommerse. «Volpe 132 a Elmas, mi sentite? Passo». «Avanti Volpe 132, vi sentiamo forte e chiaro. Qual è la vostra posizione?». «Sorvoliamo Capo Carbonara, fra qualche istante saremo sull’obiettivo a Capo Ferrato». «Volpe 132, quale obiettivo?». «Volpe 132, mi sentite? Passo. Volpe 132, mi sentite? Qual è la vostra posizione?».  Alle ore 19.15 l’elicottero  - in missione perlustrativa - mantiene l’ultimo contatto radio; alle 19.18 scompare dagli schermi radar. Per oltre 40 minuti c’è un silenzio ingiustificato della base operativa delle Fiamme Gialle di Cagliari. L’Agusta A 109 decolla dalla base aerea di Elmas alle ore 18,44. Dopo circa 25 minuti, il velivolo, nel rispetto del piano di volo, compie una virata di avvistamento a 360 gradi contattando la centrale operativa e riferendo di aver individuato una nave sospetta, possibile obiettivo. Le condizioni meteomarine sono buone; il supporto via mare è fornito dalla motovedetta “Colombina”. Dopo Serpentara la “G. 63” stranamente cambia rotta per puntare su Capo Ferrato. Gli uomini della motovedetta inizialmente dichiarano di aver perso l’elicottero su Serpentara, salvo poi confermare quel che i tracciati testimoniano inequivocabilmente. Quando sparisce dal radar l’elicottero è proprio sulla motovedetta, così basso che ne leggono le insegne, ma poi ognuno prosegue per conto suo. Fatto sta che l’elicottero scompare, non vengono mai recuperati i corpi dei piloti - Gianfranco Deriu (41 anni) e Fabrizio Sedda (28 anni) - né il relitto, a parte alcuni rottami sospetti. L’inchiesta della Procura della Repubblica di Cagliari - archiviata e riaperta a più riprese - affidata al magistrato Guido Pani, è ancora in corso, ma sembra impantanata in un vicolo cieco, nonostante le schiaccianti evidenze e i depistaggi dei servizi segreti nostrani (alla voce ex Sismi). Le indagini del G.I Mauro Mura e del P.M. Guido Pani, vertono sull’accusa di “disastro aviatorio” e di “omicidio colposo plurimo”. Le perizie effettuate dai carabinieri del Ris subiscono però diversi rallentamenti nel corso delle indagini, per accertare se sui rottami del velivolo ci fossero tracce di esplosivo. «La risposta del Ris non è mai arrivata», dichiara Carmelo Fenudi, l’avvocato delle parti civili Deriu e Sedda. «L’accertamento se ci fosse stata traccia di esplosivo o di altro materiale che potesse far pensare all’abbattimento dell’elicottero sarebbe stata importante per trasformare l’accusa da omicidio colposo plurimo a duplice omicidio volontario, che prevede l’ergastolo e l’imprescrittibilità del reato - puntualizza il legale - Da parte del Ris sono arrivate solo due richieste di proroghe di 30 giorni: la prima avvenuta il 19 maggio 2005 e la seconda il 18 agosto dello stesso anno. Appare pertanto non giustificata una richiesta di archiviazione fondata sul fatto che, ancora oggi, la consulenza tecnica non sia stata ancora espletata e depositata».

PUGLIA: UN RIGASSIFICATORE
DE BENEDETTI IN AREA PROTETTA

Margherita di Savoia, salina.

di Gianni Lannes

La luce radente rischiara un paesaggio d’acqua e sale. Siamo in un microcosmo scampato per caso alla modernità travolgente dei quattrini a tutti i costi, dove la natura ti prende il respiro e ti fa sentire libero. Addio ai voli sulla saline più importanti del Mediterraneo di aironi, fenicotteri, garzette, cavalieri d’Italia, avocette, falchi pellegrini, insomma migliaia di uccelli acquatici. Tira una brutta aria nella regione di Nichi Vendola. Dopo la duplice richiesta di rinvio a giudizio per il governatore in tema di sanità, ecco il progetto della Sorgenia per un micidiale rigassificatore tra il mare di Margherita di Savoia e l’entroterra di Trinitapoli nella pregiata area agricola di Santa Chiara. L’impianto avrà una capacità 12 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno. E consiste in una struttura per l’importazione di gas naturale liquefatto: un combustibile in fase liquida da riportare attraverso delle reazioni meccaniche allo stato gassoso. «Il progetto è costituito di una tubazione interrata, un metanodotto e una piattaforma off shore di ormeggio per le navi a circa 2 miglia dalla costa. L’impianto a terra, invece, è fatto di tre grandi serbatoi» ha spiegato agli industriali di Capitanata Massimo Orlandi, amministratore delegato di Sorgenia. «C’è l’opportunità di aprire la proprietà del progetto ad un gruppo di aziende che partecipi con un azionariato del 10 per cento - ha specificato Orlandi - Il nostro rigassificatore è un investimento ingente che va dagli 800 milioni al miliardo di euro e non può prevedere l’inserimento di piccoli azionisti». Entusiasti dell’operazione l’imprenditore Eliseo Zanasi (fautore dell’inceneritore illegale della Marcegaglia in Capitanata, nonché cementificatore nel Gargano) e l’assessore regionale Michele Losappio, braccio sinistro di Vendola. Ovviamente, la popolazione locale è tenuta volutamente all’oscuro. Come da copione è stato sottovalutato il grave impatto ambientale (come al solito addomesticato) sui centri abitati, sull’ampia zona umida (vincolata dalla Convenzione internazionale di Ramsar) e sulle saline più grandi d’Europa, nonché il rischio di incidenti rilevanti. Se Margherita di Savoia sopravvive di turismo balneare e terapeutico, soprattutto per i bambini e gli anziani in ragioni delle elevate concentrazioni di iodio; Trinitapoli regge la sua economia sull’agricoltura. Che ne sarà? “Chissenefrega”, recita la vulgata dominante: il business è business. Il surplus energetico, comunque, svela le mere speculazioni sul territorio dell’antica Daunia, ormai preda dei migliori rapinatori, alla stregua del Salento dove Sorgenia e Legambiente hanno allungato le grinfie, martoriando la provincia di Lecce. Sorgenia è titolare a Modugno in provincia di Bari, di una centrale a ciclo combinato da 760 MW. Mazzata finale anche per la Capitanata? Alla provincia di Foggia - attraverso l’Eni - lo Stato tricolore ha già sottratto 40 miliardi di metri cubi di gas dalle viscere dei Monti Dauni. E oggi, paradossalmente, la popolazione locale paga le bollette di fornitura del gas ai francesi della società Gdf Suez. In altri termini: una rapina a norma di legge.

Margherita di Savoia, salina.

24.7.12

LAGHI IN FIN DI VITA

Lago di Garda.

di Gianni Lannes

Scarichi fognari e industriali, siccità, prelievi idrici, cementificazione delle coste. Il sistema lacustre nazionale è allo stremo. Dulcis in fundo: bombe Nato mai bonificate. A vederli dall’alto non si direbbe. I laghi italiani sembrano luoghi da cartolina, eppure soffrono e alcuni sono addirittura in fin di vita. «Il problema dell’eutrofizzazione è comune alla gran parte dei bacini lacustri italiani - spiega Letizia Garibaldi, biologa, ricercatrice del Consiglio nazionale delle ricerche e dell’università di Milano Bicocca - uno dei casi più gravi è quello del lago d’Iseo: non ha adeguati sistemi di depurazione e quelli costruiti non sono mai entrati in funzione. Soffre inoltre di una grave forma di anossia nelle acque profonde, cioè manca l’ossigeno». E’ la presenza eccessiva di fosforo nelle acque a determinare l’iperproduzione di alghe, soprattutto nei medi e grandi bacini del Nord. La causa è la pressione antropica: la presenza dell’uomo che con gli scarichi aumenta la concentrazione di fosforo nelle acque. Il fenomeno è fin troppo evidente nei bacini lombardi: Iseo, Idro, i laghi mantovani, il lago di Varese e quello di Pusiano. Molti altri specchi d’acqua dolce devono vedersela con l’abbassamento dei livelli per siccità, che colpisce in particolare i laghi del centro Italia. Emergono poi i problemi legati agli eccessivi prelievi d’acqua per uso agricolo, la speculazione edilizia sulle coste - rilevante sul Garda - e il fenomeno delle cave selvagge che devastano irrimediabilmente il paesaggio. Quello lacustre è un patrimonio ambientale strategico, ma per avere il primo catasto dei laghi italiani si è dovuto attendere l’inizio degli anni ’70.
Lago di Varano.

23.7.12

TREMITI: ISOLE DI BOMBE ALLEATE
E NAVI DEI VELENI

Pianosa, bombe Usa.
di Gianni Lannes

Estate esplosiva nel Mare Adriatico, addirittura all’interno di un’area protetta. «Merde diable. Ci siamo immersi  all’isola di Pianosa per ammirare le praterie di Posidonia ma abbiamo sfiorato con mano un tappeto di bombe inesplose - raccontano visibilmente storditi Antoine e Jean, due subacquei francesi - Potevamo saltare in aria. Perché nessuno segnala questo grave pericolo?». Eppure le autorità italiane sono ben al corrente dal 1945. Ma è possibile che una riserva naturale marina con fondali cristallini e una varietà di flora e fauna unica nel Mediterraneo covi un arsenale esplosivo? Pianosa è la più remota dell’arcipelago delle Diomedee - da cui dista 12 miglia - ultimo lembo di suolo italiano prima del confine con le acque internazionali e poco oltre della Croazia, si staglia a 18 miglia dal Gargano. La minuscola e disabitata isola prende il nome dal suo inconfondibile aspetto pianeggiante.  Dal 14 luglio 1989 è zona A: il cuore delle Diomedee.
Ordigni proibiti - Numerosi involucri esplosivi inclusi quelli risalenti al recente conflitto nei Balcani perdono il loro micidiale contenuto, alterando l’habitat marino con gravi conseguenze ambientali e sanitarie. La scoperta è dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale che ha censito una minima parte delle bombe Usa. «Le indagini hanno evidenziato un notevole stress per gli animali marini campionati - rivela Luigi Alcaro, ricercatore dell’Ispra - segni di sofferenza e alterazioni a livello biochimico e istologico che possono essere diretta conseguenza del Tnt disperso dalle bombe». Il Tnt - secondo la letteratura scientifica - è un composto solido, giallo e inodore prodotto dalla combinazione di acido nitrico e solforico. Numerose ricerche hanno dimostrato la tossicità di questa sostanza sull’organismo umano che si manifesta a diversi livelli provocando epatite e anemia emolitica, danni all’apparato respiratorio, eritemi e dermatiti. Inoltre, il Tnt è stato qualificato a livello internazionale anche come potenziale agente cancerogeno.  Lo studio dell’Icram (Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare) datato maggio 2003, parla chiaro. Non a caso il rapporto è intitolato “Contaminanti rilasciati dalla corrosione di residuati bellici sui fondali dell’isola Pianosa”. Nonostante la gravità inaudita della situazione, l’opinione pubblica è tenuta all’oscuro dalle autorità. Presso la Capitaneria di Porto di Manfredonia - in provincia di Foggia - nonostante la mancata collaborazione istituzionale, scoviamo un faldone impolverato. La cartellina contiene l’ordinanza numero 27, risalente al 18 ottobre 1972. Il documento, firmato dal tenente colonnello Mariano Salemme, rende noto che «Nella zona di mare circostante l’isola di Pianosa, per una profondità di metri 100, sono depositate su fondo marino un numero imprecisato di bombe aeree che rendono quella zona pericolosa alla navigazione, ancoraggio e sosta di qualsiasi natante, la pesca, la pesca subacquea e balneazione». Pertanto «Dalla data odierna fino a nuovo ordine, nella zona di mare sopra indicata per una profondità di mare di metri 500 (cinquecento) è vietata la navigazione, l’ancoraggio e la sosta di qualsiasi natante, la pesca, la pesca subacquea e la balneazione». Strano. Il Portolano della navigazione non fa menzione degli ordigni e neppure le carte nautiche più aggiornate. Sull’isola e attorno ad essa è vietata «l’alterazione con qualsiasi mezzo dell’ambiente geofisico o delle caratteristiche biochimiche dell’acqua, nonché l’introduzione di armi, esplosivi e di qualsiasi mezzo distruttivo o di cattura, nonché sostanze tossiche o inquinanti» stabilisce il decreto interministeriale del 14 luglio 1989. Non è tutto. Sulla scogliera fa bella mostra un ordigno inesploso risalente alla guerra nei Balcani. Un esame più attento mostra al suolo tracce di deflagrazioni costituite da metallo fuso sulla roccia. Ma il Governo non interviene. L’unica risposta istituzionale risale al 14 ottobre 2005. L’allora ministro della Difesa, Antonio Martino, si limita ad ammettere «il rinvenimento di un numero imprecisato di ordigni bellici risalenti alla seconda guerra mondiale» ma non predispone la bonifica dei fondali. C’è un rischio effettivo in quest’area dal pregevole e fragile habitat, scarsamente controllata dalla guardia costiera? «Nelle acque di Pianosa operano abitualmente pescatori di frodo e in prossimità dell’isola transitano petroliere e spesso gettano l’ancora natanti fuoribordo, circostanze che rendono possibile l’esplosione degli ordigni una volta che essi venissero a contatto con gli scafi» attesta l’interrogazione parlamentare (4-10469) indirizzata il 13 luglio 2004, da Mauro Bulgarelli ai ministri dell’Ambiente e della Difesa. Il deputato dei Verdi aveva chiesto inoltre: «quali iniziative si intendano adottare per rimuovere nel più breve tempo possibile gli ordigni giacenti sui fondali, fonti di gravissimo pericolo per l’ecosistema, per la navigazione e la salute delle popolazioni dell’arcipelago delle Tremiti?». 
Pianosa, bombe Usa.

21.7.12

UN MARE DI TRIVELLE

Sicilia, idrocarburi.

di Gianni Lannes

In antico ebraico vuol dire “isola delle meraviglie”. Pronti all’inabissamento? Allora via. «L’Italia è un buon posto dove fare business. Le condizioni fiscali sono favorevoli, i costi di estrazione bassi, non ci sono rischi politici, le infrastrutture sviluppate, la competizione è limitata ed i produttori possono beneficiare di prezzi elevati per quanto riguarda petrolio e gas». Parola di John Craven, direttore esecutivo della Petroceltic International. La società con sede a Dublino e proprietari a New York, secondo l’ultimo dato utile fornito dal ministero dello Sviluppo Economico, è titolare di alcuni permessi di ricerca in terraferma ed uno nel sottofondo marino (nei pressi delle Isole Tremiti, area protetta dal 1989, denominato “B.R. 268. RG”), equivalenti ad un’area estesa in totale per 1918,56 chilometri quadrati. Una delle ragioni che spingono le multinazionali estere nel Belpaese sono le condizioni economiche tra le più favorevoli al mondo. La Cygam Energy si esprime così: «In Italia, le royalties statali sulla produzione di petrolio sui permessi di esplorazione offshore sono del 4% (che è tra i valori più bassi al mondo di tassazione del petrolio e del gas e meno anche degli Stati Uniti e del Canada), con un provvedimento per cui nessuna royalty è pagata per i primi 300mila barili di petrolio all’anno e per campo. Questo significa una produzione esente dal pagamento di royalty per i primi 822 barili prodotti in un giorno per ogni campo di estrazione». Nella corsa agli idrocarburi sui fondali (presenza stimata pari a 11 milioni di tonnellate) prevalgono in assoluto le società straniere: Northern Petroleum, Shell, Panther Eurek, Puma Petroleum, Audax, Vega Oil. Nomi di facciata che nascondono le mire di David Rockfeller. L’Eni, invece, vanta dieci autorizzazioni che assommano a 2.160, 80 chilometri quadrati. Le concessioni di coltivazione già accordate nel sottofondo marino ammontano a «9 mila kmq». Conti alla mano, lo Stato incassa appena 5 euro e sedici centesimi per metro quadro in concessione annuale. Ci sarà pure un’assicurazione sugli eventuali danni ambientali o, comunque, sull’inquinamento? Mai calcolata oppure stimata: semplicemente non pervenuta e, dunque, prevista. La normativa in materia fissa per le piattaforme offshore una franchigia di produzione di 50 mila tonnellate di oro nero all’anno, sotto la quale non è previsto alcun pagamento di royalties. Secondo il Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse attualmente «nel sottofondo marino sono vigenti n. 25 permessi di ricerca per complessivi 11.689, 19 kmq)» ed è in vigore «n.1 permesso di ricerca di risorse geotermiche per complessivi 678,3 kmq». Il totale è pari ad una superficie di poco inferiore alla Campania: 12 riguardano il canale di Sicilia, 7 l’Adriatico settentrionale, 3 il mare tra Marche e Abruzzo, 2 in Puglia e 1 un Sardegna. Invece, le aree marine oggetto di richiesta (istanze) sono 39: 21 nel canale di Sicilia, 8 tra le Marche e Molise, 7 sulla costa adriatica pugliese, 1 nel nord Adriatico  e 2 nel Golfo di Taranto (Jonio).  

Mediterraneo, coralli.

16.7.12

ITALIA LIBERATA


di Gianni Lannes

In un Paese affondato nelle sabbie mobili degli interessi privati e personali, nelle meschine convenienze di ciascuno, dirsi tutto è il primo passo per costruire il futuro. Dirsi tutto, sì. Sono radicale, sempre. Essere radicali vuol dire andare alla radice delle cose. E alla radice di ogni cosa c’è l’essere umano.

Non sono un eroe. Ho imparato sulla mia pelle a vivere come se dovessi morire subito e a pensare come se non dovessi morire mai. Ma non ho il diritto di barattare la sicurezza della mia famiglia per uno scoop giornalistico. E che dire del silenzio generale e della solitudine con cui sono stato circondato?