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Gandhi sui tetti di Roma.
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di Gianni Lannes
Per dirla con Albert Einstein: «Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai dei malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare. La coscienza è al di sopra dell’autorità, della legge, dello Stato». L’Italia ha bisogno di una rivoluzione non di semplici spettatori che pontificano comodamente dal salotto televisivo. Una rivolta sacrosanta apre solo la resa dei conti; occhio, però alle strumentalizzazioni. L’obiettivo è unire sulle cose fondamentali, anziché dividere sulle strumentali. Cogliamo l’essenza dei veri problemi: il popolo a dover improntare l’agenda sociale, non le banche e i loro maggiordomi a Palazzo Chigi.
Come aveva felicemente intuito tempo fa Giorgio Gaber, il problema non è destra, sinistra o centro, ma il sistema di potere che domina lo Stivale al di sopra dei partiti che pure hanno occupato illegalmente lo Stato. Il popolo italiano è stato espropriato di ogni sovranità: ci trattano come analfabeti: al massimo possiamo esprimere una croce per candidati imposti dall’alto. E poi ci distraggono continuamente. Sudiamo fatica e sangue per mantenere una pletora di sanguisughe che dettano legge e pretendono ad ogni costo di rappresentarci. Berlusconi, Bersani, D’Alema, Vendola, Bossi, Fini, Casini, Di Pietro, Monti e compagnia bella - solo per citare i nomi più noti - devono restare a casa per sempre e dedicarsi al giardinaggio.
Chissà se riusciremo a costruire un Paese dove contano i valori etici: essere e non apparire o avere. Chissà se daremo vita ad una comunità giusta e solidale dove sia privilegiata l’azione educativa verso i bambini, vale a dire la futura generazione. Chissà se riusciremo ad approntare un luogo dove le future generazioni smettano di sopravvivere consumando nel vuoto i giorni e l’intelligenza; dove i vecchi non siano abbandonati al dolore. Chissà se avremo mai un habitat ripulito dall’inquinamento dove l’assistenza sanitaria gratuita è il fiore all’occhiello; un territorio dove l’agricoltura dia i frutti migliori e a ciascuno sia assicurato un reddito sicuro. Chissà se daremo vita ad un paese dove non ci sia più sfruttamento verso l’essere umano. Già, l’Italia, dove nessuno è straniero.
Chissà quante generazioni ci vorranno perché approdi una nuova leva di italiane e italiani che sappiano scrollarsi per sempre dal dna la rassegnazione. Come se l’ex giardino d’Europa, fosse soltanto una nauseabonda torta da spartirsi: appalti, subappalti, commesse e posti al sole.
Chissà se riusciremo a seminare quel seme buono a far germogliare di nuovo la sapienza delle madri, il coraggio dei padri, l’abnegazione dei nonni, di quelli che hanno fatto grande l’Italia, prima che l’egoismo e il criminale calcolo del privato profitto la riducesse in polvere. Chissà se riusciremo a rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà.
Insieme possiamo piantare un seme importante. Insieme possiamo mutare le cose. Insieme possiamo disintegrare la rassegnazione. Le nostre straordinarie risorse sono storia, natura ed esseri umani. Possiamo fare qualcosa? Ho il dovere di sperarlo e di essere contagioso. A questo serve la cultura. L’unico modo di combattere la paura di tanti è costruire speranze per tutti.
Altro che crisi economica. Basta fermarsi in tanti per paralizzare pacificamente il Belpaese ormai moribondo, invece di mugugnare e darci addosso l’uno con l’altro per stupidi protagonismi.
Gandhi l’ha insegnato al mondo intero con il suo concreto esempio. Ricordate lo sciopero del sale? Gandhi ha piegato con la non violenza l’impero britannico, ottenendo l’indipendenza per l’India. Allora, Italia, se non ora quando?