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| Strage Ustica, recupero rottami - Relitto Ustica a Bologna. |
di
Gianni Lannes
Ecco i criminali impuniti ed ora si
scateneranno i parassiti del web.
Ma la verità non si può uccidere e prima
o poi salta fuori. Accadde il 27
giugno 1980. A Bologna 81 persone salgono a bordo dell’aeroplano
civile diretto a Palermo: 64 passeggeri adulti, 11 ragazzi tra i dodici e i due
anni, due bambini di età inferiore ai ventiquattro mesi e 4 uomini
d’equipaggio. Il velivolo decolla alle 20.08 e sparisce dai tracciati radar
alle 20.59, a causa di due missili.
«L’incidente al Dc 9 è occorso a seguito
di azione militare di intercettamento. Il Dc 9 è stato abbattuto, è stata
spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata
propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di
polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati
violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto
è avvenuto». Sono le parole con le quali, in ultima battuta, il giudice Rosario
Priore - alternatosi ai colleghi Aldo Guarino, Giorgio Santacroce e Vittorio
Bucarelli - ha chiuso il 31 agosto 1999, la più lunga istruttoria della storia
giudiziaria italiana. Caccia non identificati, radar che vedono e non vedono,
un buco nero di segreti, omissioni, depistaggi e menzogne a caratura
istituzionale con coperture di livello internazionale. Quella notte andò così.
Scena prima. Due caccia Phantom F-4 - regalati dagli Usa ad un potente alleato
- entrarono nel Tirreno posizionandosi tra Ponza e Ustica, in attesa del
bersaglio, esattamente nel punto - non rilevabile dai radar - in cui avevano
verificato un’ampia zona d’ombra nella difesa aerea italiana. Sembrava una
missione impossibile, ma si erano preparati per mesi a quella che giudicavano
un “atto di vitale autodifesa”. I missili si allontanarono nel vuoto e colpirono
l’aereo civile italiano. I due caccia allora si divisero e uno di essi
attraversò la costa tirrenica della Calabria per fare rientro nella terra
promessa. In un rapporto dei servizi segreti italiani - datato ottobre 1980 -
consegnato al Governo, o meglio all’allora ministro della Difesa, è contenuta
questa indicibile verità, occultata per 32 anni dal regime al potere. Il report
è ancora sepolto nella cassaforte appartenuta al ministro Spadolini? Recentemente
una barba finta ha vuotato il sacco con i due magistrati (Amelio e Monteleone)
che hanno riaperto a Roma, l’indagine giudiziaria. Altre tre gole profonde - ex
militari - hanno cominciato a cantare per rimorsi di coscienza. Eppure, il muro
di gomma è impenetrabile. L’orecchio di Echelon Usa dalla base di San Vito dei
Normanni (Brindisi) ha registrato tutto, istante per istante, alla stregua
di Shape, un organismo Nato, di stanza a Bruxelles, ma il Pentagono non
collabora. Oggi sono note cause, dinamica e scenario internazionale di matrice
bellica. Mancano all’appello solo gli autori materiali della strage e i loro
mandanti ben protetti. Perché questa verità era così inconfessabile da
richiedere il silenzio, l’omertà, l’occultamento delle prove?
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| Strage Ustica, rottami velivolo - Radar aeronautica militare. |
Missili - Il 22 maggio 1988 il sommergibile Nautile esplora il Tirreno alla ricerca
dell’aeroplano. Alle 11,58 le telecamere inquadrano una forma particolare. Uno
dei due operatori dell’Ifremer
scandisce in francese la parola “misil”. Alle 13,53 s’intravede un’altra
classica forma di missile. Le ricerche della società di Tolone vengono sospese
tre giorni dopo. L’ingegner Jean Roux,
dirigente della sezione recuperi dell’Ifremer, subisce uno stop inspiegabile
dall’ingegner Massimo Blasi, capo della commissione dei periti del Tribunale di
Roma. I due missili non vengono raccolti neppure durante la seconda operazione
di recupero affidata a una società inglese. Forse, perché la Stella di Davide è
intoccabile? Trascorrono tre anni prima che i periti di parte abbiano la
possibilità di visionare i nastri dell’operazione Ifremer. Secondo un primo
tentativo di identificazione di tratta di un “Matra R 530 di fabbricazione francese” e di uno “Shafir israeliano”. I dati tecnici
parlano chiaro. Quel Matra è “lungo 3,28 metri, ha un diametro di 26 centimetri
con ingombro alare di 110, pesa 110 chilogrammi: è munito di una testata a
frammentazione e può colpire il bersaglio a 3 km di distanza con la guida a
raggi infrarossi e a 15 km con la guida radar semiattiva”. L’altro missile è
“lungo 2,5 metri, 16 centimetri di diametro e 52 di apertura alare, pesa 93 kg
e ha una gittata di 5 km”. Entrambi gli ordigni sono usati dai caccia dei Paesi
occidentali, ma prevalentemente da Israele. Uno di quei missili - ancora in
fondo al mare, a 3.600 metri di profondità - è stato lanciato contro il Dc9. Le
ultime scoperte dei periti di parte civile hanno confermato senza ombra di
dubbio che il Dc 9 è stato abbattuto da un missile. La prova è costituita da 31 sferule d’acciaio (diametro 3
millimetri) trovate in un foro vicino all’attacco del flap con la fusoliera. La
loro presenza può essere spiegata con l’esplosione vicino alla parte anteriore
dell’aereo della testa a frammentazione di un missile. La requisitoria del giudice
Priore parla di una operazione militare condotta da Paesi alleati -americani,
francesi, inglesi e libici - della quale gli italiani sono stati testimoni
diretti. Nei tracciati radar si vede addirittura un elicottero decollato dal
mare, presumibilmente da una portaerei, giungere nella zona del disastro prima
che arrivassero, con deliberato ritardo, i soccorsi. Che cosa si è voluto
insabbiare con tanto accanimento? Il ruolo attivo di Israele? «E’ una questione
di dignità nazionale - argomenta Daria
Bonfietti che ha perso il fratello Alberto - Un’altra Ustica può ripetersi
in qualsiasi momento».
Morti sospette - Infarti, ‘suicidi’, omicidi, attentati,
rapimenti e sparizioni, ma anche incidenti stradali e aerei. La strage di
Ustica è costellata da una serie di morti misteriose di potenziali testimoni,
depositari di rivelazioni esplosive. Sono oltre una ventina le persone decedute
- in circostanze drammatiche - che avrebbero potuto fornire elementi utili per
ricostruire ciò che avvenne la sera del 27 giugno 1980 sul Mar Tirreno. L’ultimo
della serie è stato Michele Landi,
consulente informatico della Guardia di Finanza e del Sisde, nonché di alcune
procure, trovato impiccato con le ginocchia sul divano la notte del 4 aprile
2002, nella sua casa di Montecelio di Guidonia. «Gli esami tossicologici
effettuati dalla dr.ssa Costamagna» si legge nella richiesta di archiviazione
del procedimento numero 2007/02 «evidenziavano una significativa concentrazione
di alcool nel sangue cadaverico». Ben strano per un soggetto che decide di
suicidarsi. L’allora colonnello delle Fiamme Gialle, Umberto Rapetto, l’8 aprile 2002 aveva dichiarato a verbale: «Non
riesco assolutamente a spiegarmi i motivi di siffatto gesto. Landi ha sempre
avuto un fare particolarmente gioioso ed equilibrato e costantemente positivo.
Non soffriva assolutamente di depressione». In quei giorni in un’interrogazione
parlamentare l’Ulivo chiese: «Perché il ministro dell’Interno Scajola ritiene
il suicidio l’unica ipotesi?». Il caso è stato archiviato -con richiesta datata
18 novembre 2004- dal procuratore capo presso la Procura della Repubblica di
Tivoli, Claudio D’Angelo, e dal sostituto, Salvatore Scalera. Landi aveva
confidato agli amici di essere a conoscenza di novità compromettenti su Ustica.
Il magistrato Lorenzo Matassa, infatti, il 10 aprile 2002 aveva dichiarato agli
inquirenti: «Michele Landi l’hanno suicidato i servizi segreti come
storicamente in Italia sanno fare. Mi aveva riferito di sapere molte cose su
Ustica». Non impossibile, visto che Landi aveva lavorato in passato sui sistemi
di puntamento missilistici ed era stato in contatto con la società Catrin, la
stessa con cui collaborava Davide Cervia,
il tecnico di guerra elettronica, misteriosamente scomparso il 12 settembre
’90. Scrive il giudice Rosario Priore, a pagina 4.663 della sua
sentenza-ordinanza: «Questa inchiesta come s’è caratterizzata per la massa di
inquinamenti così si distingue per il numero delle morti violente attribuite
per più versi ad un qualche legame con essa, escludendo deduzioni di fantasia
ed usando solo rigorosi parametri di fatto».
Il
tragico elenco si apre il 3 agosto 1980 con la morte del colonnello-pilota
dell’Aeronautica militare Pierangelo
Tedoldi, 41 anni, a seguito di incidente stradale sull’Aurelia e suo figlio
David. Annota Priore: «All’ufficiale era stato assegnato il comando
dell’aeroporto di Grosseto (competente sul sito radar di Poggio Ballone, ndr)
in successione al colonnello Tacchio Nicola». Non emerge alcun collegamento
diretto con Ustica, «a meno di non supporre», ribadisce Priore «che in
quell’aeroporto sussistessero ancora nell’agosto di quell’anno prove di una
verità difforme da quella ufficiale; che quel colonnello ne fosse a venuto a
conoscenza; che comunque egli non fosse persona affidabile nel senso che
avrebbe potuto denunciarle all’Autorità Giudiziaria o alla pubblica opinione».
Quando i magistrati inquirenti chiesero nell’88 l’elenco del personale in
servizio la sera del 27 giugno 1980, si resero conto che erano stati omessi due
nomi significativi: quelli del capitano Maurizio
Gari e del maresciallo Alberto Maria
Dettori, entrambi in servizio la tragica notte. Gari era il responsabile
della sala radar del 21° Cram; Dettori aveva il compito invece di identificare
i velivoli. Entrambi sono morti. Maurizio Gari, 32 anni, non affetto da
cardiopatie, il 9 maggio 1981 è stato comunque stroncato da un infarto.
Dettori, invece, fu trovato impiccato ad un albero 24 anni orsono. «Altra morte
’strana’» commenta il giudice istruttore Priore a proposito di Gari. Dalle
scarne conversazioni telefoniche rintracciate «si denota un particolare
interessamento dell’ufficiale per l’incidente del Dc9 Itavia», scrive Priore
«Certamente la sua testimonianza sarebbe stata di grande utilità all’inchiesta,
anche sulla base di quanto accertato attraverso l’interpretazione dei dati
radaristici e le tante scoperte sulla sala operativa da lui comandata, in cui
quella sera prestavano servizio di certo il maresciallo guidacaccia De Giuseppe,
e con ogni probabilità il maresciallo Dettori».
Negli
atti giudiziari, alla voce ’decessi per i quali permangono indizi di
collegamento con il disastro del Dc 9 e la caduta del Mig’ figura anche il
’suicidio’ per impiccagione del maresciallo AM, Mario Alberto Dettori (39 anni). Il sottufficiale, infatti, fu
trovato impiccato ad un albero il 31 marzo ’87 alle ore 16, sul greto del fiume
Ombrone, dal collega Michele Casella, nei pressi di Grosseto. Dettori nell’80
era controllore di Difesa Aerea -assegnato al turno Delta- presso il 21° Cram
di Poggio Ballone. Così argomenta il giudice istruttore Priore: «Se ha visto
quello che mostravano gli schermi di quel Cram, che aveva visione privilegiata
su tanta parte della rotta del Dc 9 e di quanto attorno ad esso s’è consumato,
se ne ha compreso la portata, al punto tale da confessare a chi gli era più
vicino che quella sera s’era sfiorata la guerra, ben si può comprendere quanto
grave fosse il peso che su di lui incombeva. E quindi che, in uno stato di
depressione, si sia impiccato. O anche - dal momento che egli stava diffondendo
le sue cognizioni, reali o immaginarie, e non fosse più possibile frenarlo -
che sia stato impiccato». Il 26 novembre ’90, la moglie Carla Pacifici,
riferiva al giudice Priore che «non riusciva a spiegarsi il suicidio, in quanto
suo marito aveva una gran voglia di vivere»; così come «non riusciva a
comprendere le ragioni per cui non era stata mai eseguita l’autopsia sul
cadavere».
Il
25 marzo 1982 viene assassinato il professor Aldo Semerari, collaboratore dei servizi segreti militari, a
conoscenza di segreti devastanti sulla strage. Poco dopo, il primo aprile,
muore, in circostanze nebulose, la sua assistente, Maria Fiorella Carrara. Anche la morte del sindaco di Grosseto - in
carica nel 1980 - Giovanni Battista
Finetti, il 23 gennaio 1983, rientra nella lista degli scomparsi. Il
sindaco grossetano perde la vita in un incidente stradale sulla statale
Scansanese nel comune di Istia d’Ombrone. Finetti aveva raccolto le confidenze
di alcuni ufficiali dell’arma azzurra, secondo cui due caccia italiani si erano
levati in volo dalla base della città toscana per inseguire e abbattere un Mig
libico.
Il
28 agosto 1988, a Ramstein (Germania) durante un’esibizione aerea delle Frecce
Tricolori, ufficialmente a causa di “un errore di manovra” muoiono due
veterani: i colonnelli Mario Naldini,
di 41 anni (4350 ore di volo) e Ivo
Nutarelli, di 38 anni (4250 ore di volo). "Una tragica fatalità"
per l’allora capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, Franco Pisano. “Per
quell’esercizio, il cardioide, le probabilità di collisione sono praticamente
pari a zero” spiegò subito Diego Raineri, a quel tempo comandante della
pattuglia acrobatica. Perfetti gli uomini, perfette le macchine, perfetto
l’addestramento, calcolati i rischi: perché dunque è avvenuta la tragedia che
ha mietuto, 59 morti e 368 feriti? I giornali Tageszeitung e Der Spiegel hanno
ipotizzato un sabotaggio dei velivoli Aermacchi Mb 339, legato al precedente di
Ustica. In effetti, Naldini e Nutarelli erano decollati la sera del 27 giugno
’80 da Grosseto a bordo di un F 104. Il loro caccia intercettore si alzò in
volo alle 19,30 e tornò alla base alle 20,50, dieci minuti prima che il Dc 9
precipitasse. Che abbiano notato qualcosa che non dovevano vedere? «Di certo i
due erano a conoscenza, come s’è dimostrato, di molteplici circostanze
attinenti al Dc 9 e a quei velivoli che volavano in prossimità di esso»
documenta Priore. L’imprenditore Andrea Toscani, interrogato dal giudice Priore
ha rivelato le confessioni di Naldini. «Mario mi disse»: “Quella notte c’erano
tre aerei. Uno autorizzato, due no. Li avevamo intercettati quando ci dissero
di rientrare”. Un’altra coincidenza: Nutarelli e Naldini sono morti esattamente
una settimana prima di essere interrogati dai magistrati.
Sette
anni prima, il 2 settembre 1981 a Rivolto (Udine), durante un’esercitazione
moriva il colonnello Antonio Gallus,
amico e collega degli ufficiali Naldini e Nutarelli. Si accingeva a fare
importanti rivelazioni su Ustica. Il 20 marzo 1987, alle ore 19 viene
assassinato a Roma con «dieci proiettili calibro 38 perforanti», attesta il
rapporto della Polizia scientifica, il generale di squadra aerea Licio Giorgieri. Alle 19,40 giunge la
rivendicazione dell’omicidio: «Il generale Licio Giorgieri era stato ucciso
esclusivamente per le responsabilità da lui esercitate in seguito all’adesione
italiana al progetto delle guerre stellari». Così si esprimevano i sedicenti
terroristi dell’Unione combattenti comunisti. Il movente affidato al volantino
venne però demolito pubblicamente da Giovanni Spadolini: «Giorgieri non aveva
nessun rapporto diretto con l’iniziativa di difesa strategica. Il generale
Giorgieri non apparteneva neanche al Comitato tecnico di controllo su tale
impresa». Gli esperti di terrorismo lo definirono «un attentato anomalo». In
realtà, all’epoca di Ustica, il generale triestino faceva parte dei vertici del
Rai, il Registro aeronautico italiano, responsabile del quale era il generale
Saverio Rana, «morto per infarto». Dell’omicidio Giorgeri si era occupato anche
il giudice Santacroce (predecessore di Priore). Lo stesso Rana -che aveva
ricevuto dall’amico Giorgieri tre fotocopie di tracciati radar- subito dopo la
strage riferì al ministro Formica la presenza di un caccia vicino al Dc 9.
Il
12 agosto ’88 muore il maresciallo del Sios, Ugo Zammarelli. Mentre passeggiava con un’amica sul lungomare di
Gizzeria Marina, viene investito da una moto. Non viene effettuata alcuna
autopsia. I suoi bagagli spariscono dall’albergo. Zammarelli in forza alla base
Nato di Decimomannu, in Sardegna, non era in Calabria in vacanza, ma stava
conducendo un’inchiesta sul Mig libico.
Ancora
una morte violenta: un altro maresciallo AM, Antonio Muzio, viene freddato con tre colpi di pistola al ventre,
il primo febbraio ’91, a Pizzo Calabro. Nel 1980 era in servizio alla torre di
controllo dell’aeroporto di Lamezia Terme. Secondo Priore «il sottufficiale
potrebbe essere venuto a conoscenza di fatti attinenti alla vicenda del Mig, di
mene del capitano Inzolia e del maresciallo Molfa». Questi due carabinieri alla
fine di giugno dell’80 cercavano un aereo militare sulla Sila.
Il
2 febbraio 1992, altra morte strana, quella del maresciallo AM, Antonio Pagliara. Rimase vittima
dell’immancabile incidente stradale. Nell’80 era in servizio con funzioni di
controllore di Difesa Aerea al 32° Cram di Otranto. Anche lui era in procinto
di vuotare il sacco.
Sempre
il 2 febbraio ’92, muore l’ex colonnello Sandro
Marcucci, ufficialmente «a seguito di incidente aereo in un servizio di
antincendio». Marcucci, 47 anni, pilota esperto, si schianta inspiegabilmente
sulle Alpi Apuane col suo Piper. Nel 1980 era in servizio quale ufficiale
pilota presso la 46ª Aerobrigata di Pisa. Soltanto 5 giorni prima Il Tirreno
aveva pubblicato una sua intervista in cui aveva duramente attaccato il
generale Zeno Tascio, comandante dell’aeroporto di Pisa dal ’76 al ’79.
Il
12 gennaio 1993, è il turno di un personaggio scomodo. A Bruxelles viene
assassinato a coltellate l’ex generale Roberto
Boemio (58 anni). Il consulente dell’Alenia presso la Nato era un testimone
chiave. Nel ’91, con buon anticipo aveva abbandonato l’Aeronautica. Le modalità
dell’omicidio coinvolgono, secondo la magistratura belga -che non ha ancora
risolto il caso- i «servizi segreti internazionali». «Gli aggressori si sono
allontanati a bordo di una Ford Escort bianca, poi risultata rubata e alla
quale era stata sostituita la targa» secondo la ricostruzione del giudice Guy
Laffineur. E’ stata tale circostanza a far pensare a un’azione ben preparata.
Il delitto di Boemio rimane ancora un mistero. L’unica certezza è che l’alto
ufficiale in pensione aveva cominciato a collaborare con la magistratura
inquirente. Non a caso, il suo nome compare tra i riscontri di innumerevoli
contestazioni processuali fatte ai generali Bartolucci, Tascio, Ferri, Melillo.
Proprio da Boemio, all’epoca della strage comandante della III Regione Aerea,
dipendevano direttamente il Terzo Roc di Martinafranca (nome in codice ’Imaz’:
cuore del sistema Nadge, di controllo Usa) con le basi radaristiche di Marsala
e Licola, coinvolte nell’allarme per la presenza di caccia non identificati nel
cielo di Ustica e di una portaerei in navigazione nel Tirreno al momento
dell’esplosione del Dc 9. Boemio s’era anche occupato del Mig 23 libico fatto
ritrovare sulla Sila proprio il 18 luglio ’80. Conclude il giudice Priore:
«Sicuramente altra sua testimonianza inerente gli incidenti aerei in disamina,
a seguito delle risultanze istruttorie emerse dopo le sue prime dichiarazioni,
sarebbe risultata di grande utilità». Il generale Boemio conosceva i retroscena
e poteva fornire elementi di prima mano.
La
tragica litania di morti sospette non si arresta. Infatti, il 2 novembre ’94
tocca a Giampaolo Totaro, 43 anni,
ex ufficiale medico dell’Aeronautica Militare, dal 1976 all’84 in servizio
presso la base delle Frecce Tricolori a Rivolto. Totaro è stato trovato
impiccato accanto alla porta del bagno della sua abitazione. Ancora
coincidenze. Innanzitutto gli anni trascorsi accanto agli amici Naldini,
Nutarelli e Gallus. E poi la pubblicazione il 31 ottobre, prima del “suicidio”
di varie rivelazioni che collegano Ustica alle Frecce e a Ramstein. Registra il
referto giudiziario: «Le modalità dell’atto - la corda era attaccata a una sbarra
poco più di un metro di altezza - hanno indotto a qualche sospetto sulla realtà
di un’azione suicidaria».
Altro
emblematico decesso. Il maresciallo AM, Franco
Parisi, 46 anni, fu trovato anche lui impiccato il 21 dicembre ’95, ad un
albero alla periferia di Lecce. Nell’80 era controllore di Difesa Aerea nella
sala operativa del 32° Cram di Otranto. Era di turno la mattina del 18 luglio
’80, quando sarebbe avvenuto il fantomatico incidente del Mig. Dichiara
nell’ordinanza-sentenza il giudice Priore: «Erano emerse al tempo del suo primo
esame testimoniale, nel settembre ’95, palesi contraddizioni nelle sue
dichiarazioni, così come s’erano verificati incresciosi episodi con ogni
probabilità di minacce nei suoi confronti». Citato a comparire una seconda volta,
il 10 gennaio ’96, Parisi muore qualche giorno dopo aver ricevuto la
convocazione giudiziaria. Nel novembre ’97 il Gip Vincenzo Scardia, aveva
ordinato la riapertura del caso, che era stato archiviato in tutta fretta dal
pm Nicola D’Amato, come ’suicidio’. I familiari hanno sempre sollevato il
sospetto che Franco Parisi ’sia stato suicidato’. Il maresciallo fu bastonato?
Fatto sta che i medici legali gli riscontrarono un’ematoma all’altezza della
nuca, opportunamente fotografato dagli investigatori Digos di Lecce subito dopo
il ritrovamento del cadavere. Tra gli aspetti oscuri dell’impiccagione, la
compatibilità della lunghezza della corda trovata legata all’albero con la
distanza dal suolo e la stessa altezza della vittima. Ma anche il rilasciamento
dei muscoli del collo al quale era stretta la fune - è stato tale allorché il
corpo del Parisi è stato lasciato penzolare nel vuoto - da far trovare il
cadavere con i piedi poggiati per terra. Ci sono foto della polizia giudiziaria
che lo confermano. «Come ben si vede analogie forti con il caso Dettori -
argomenta il giudice Priore -. Entrambi marescialli controllori di sala
operativa in un centro radar. Entrambi in servizio dinanzi al PPI, con funzioni
delicatissime, rispettivamente la notte del 27 giugno e il mattino del 18
luglio. Venuti a conoscenza di fatti diversi dalle ricostruzioni ufficiali,
rivelano la loro conoscenza in ambiti strettissimi, ma non al punto tale da non
essere percepita da ambienti che li stringono od osteggiano anche in maniera
pesante. E così ne restano soffocati».
Chi
uccide i testimoni scomodi? Il 26 dicembre ’95, i sedicenti ’Nuclei per
l’eliminazione fisica dei militari corrotti di Ustica’, depositano a Bologna,
in via Saragozza, due bottiglie molotov sul pianerottolo del maresciallo AM, Giuseppe Caragliano, mai comparso
nell’inchiesta sulla strage di Ustica, nell’80 in servizio al centro
telecomunicazioni dello Stato Maggiore dell’arma azzurra. Un attentato
annunciato da una serie di telefonate minatorie nell’abitazione del militare e
alla questura di Bologna: “Andate in via Saragozza e fate sgomberare il palazzo
dell’avvocato Leone, perché vogliamo far saltare in aria il maresciallo
Caragliano”. Chi, se non gli apparati militari, potevano collegare Caragliano a
Ustica, dal momento che tale legame non era mai stato ipotizzato neppure dagli
inquirenti? E ancora: è soltanto un caso che l’attentato di Bologna arrivi a
soli 5 giorni dalla notizia del “suicidio” del maresciallo Parisi? Che le
minacce cominciano quando è nota ai soli investigatori la circostanza del ritrovamento
nell’abitazione dell’ex generale dei carabinieri, al servizio del Sismi, Demetrio Cogliandro dell’archivio su
Ustica? Conclude Priore nella sua sentenza-ordinanza: «Nei casi che restano si
dovrà approfondire, giacché appare sufficientemente certo che coloro che sono
morti erano a conoscenza di qualcosa che non è stato mai ufficialmente rivelato
e da questo peso sono rimasti schiacciati».
Memoria - Il giornalista Andrea Purgatori - padre
dell’inchiesta sul muro di gomma - bersaglia le responsabilità stragiste. «In
tutto questo c’è anche una nostra responsabilità, lo dice la Nato negli atti
dell’inchiesta. E’ certo ci sono le prove, che alcuni ufficiali
dell’Aeronautica sapevano e trattavano con la Cia all’insaputa dello Stato
maggiore». Due milioni di atti e
numerose perizie. Tutti assolti: ben 4 generali dell’Aeronautica - all’epoca il
massimo vertice dell’arma azzurra - imputati con l’accusa di «attentato contro
gli organi costituzionali», Lamberto
Bartolucci, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica; Zeno Tascio, all’epoca dei fatti,
responsabile del servizio informazioni operative segrete (Sios); Corrado Melillo, ex capo del terzo
reparto della Stato Maggiore Aeronautica e poi sottocapo di Stato Maggiore
della Difesa; carica che nel 1980 ricopriva l’altro generale imputato, Franco Ferri. I quattro alti ufficiali,
secondo l’accusa, «hanno omesso di riferire alle autorità politiche e
giudiziarie, informazioni riguardo la possibile presenza di altri aerei di
varie nazionalità (statunitensi, francesi, inglesi) e di una portaerei di
nazionalità non accertabile con sicurezza» sulla rotta del Dc 9 Itavia la sera
del disastro; hanno taciuto notizie riguardanti «l’ipotesi di un’esplosione
coinvolgente il velivolo ed i risultati dell’analisi dei tracciati radar di
Fiumicino-Ciampino e l’emergenza di circostanze di fatto non conciliabili con
la caduta del Mig libico sulla Sila la mattina del 18 luglio 1980». Hanno
inoltre fornito «informazioni errate» al fine di «impedire che potessero
emergere responsabilità dell’Aeronautica Militare o di forze armate di Paesi
alleati». Altri imputati erano i
cosiddetti “007”: Francesco Pugliese,
poi diventato generale, già capo di Civilavia; l’ex vicecapo del Sismi Nicola Fiorito De Falco; Umberto Alloro, Claudio Masci, l’ex
responsabile della sezione controspionaggio del Sismi Pasquale Notarnicola e Bruno
Bomprezzi. E’ intervenuta la
prescrizione dei reati e la dichiarazione di non luogo a procedere per un’altra
sessantina di altri ufficiali e sottufficiali italiani. «I quattro generali accusati in base all’articolo 289 del codice
penale - tuona Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione Familiari delle
vittime di Ustica - erano accusati di aver violato il loro dovere di fedeltà
allo Stato, occultando le prove di un crimine. In nome di un’altra fedeltà ai
loro occhi più grande e assoluta». In
altri termini, i militari avrebbero sistematicamente depistato le indagini e
insabbiato le prove innalzando quello che è passato alla storia come “Il muro
di gomma”, reso ancora più inquietante dalla lunga catena di morti sospette tra
i testimoni chiave.
Risarcimento negato - Per avere una risposta dallo Stato dovranno
attendere ancora tre anni i familiari delle 81 vittime, trucidate la sera del
27 giugno 1980. Ancora tre anni si aggiungono ai 31 già trascorsi dalla strage
provocata dall’aviazione israeliana, grazie alla compiaciuta disattenzione
dell’Aeronautica tricolore e dei padroni Usa. La corte d’appello che dovrà
decidere se confermare o meno la condanna milionaria dei ministeri dei
Trasporti e della Difesa ha rinviato al 2015 il processo. Ma intanto ha deciso
il congelamento del verdetto di primo grado: i parenti di chi nella tragedia
dell’Itavia perse la vita, per ora, non incasseranno i risarcimenti. Sospesi in
attesa della pronuncia sull’impugnazione del verdetto che riteneva colpevole lo
Stato italiano, di non aver garantito la sicurezza del volo e di avere negato a
chi la chiedeva la verità sul disastro. “Un’impugnazione che - secondo la corte
- non sarebbe manifestatamente infondata e che richiederebbe un’accurata
valutazione”. A far pendere la bilancia per la sospensione dei risarcimenti c’è
poi - scrive il collegio presieduto da Rocco Camerata Scovazzo - “la
considerevole entità della somma oggetto della condanna”. Insomma i 110 milioni
liquidati pesano: recuperarli dalle parti in caso di accoglimento dell’appello
dell’avvocatura dello Stato sarebbe difficile. E comunque, il debitore - cioè
lo Stato - avrebbe un grave danno dall’adempimento”. “La decisione della corte
d’appello di Palermo in realtà non ci sorprende: la sospensiva è in un certo
comprensibile vista l’estrema importanza della somma liquidata in primo grado
ai familiari delle vittime”, commenta Daniele Osnanto, legale di 68 delle 81
parti costituite a processo. “Quello per cui per davvero ci rammarichiamo -
spiega l’avvocato - è il rinvio del processo al 2015. Dalla strage di Ustica
sono passati quasi 32 anni: quanto tempo devono attendere le persone per avere
una risposta?”. Un’attesa lunga decenni quella dei familiari delle vittime che
fu stigmatizzata anche dalla sentenza di condanna dei ministeri. Il giudice
riconobbe “il loro interesse a conoscere come e perché i congiunti sono morti e
anche perché tale conoscenza sia stata così evidentemente preclusa per
trent’anni”. L’ex senatrice
Bonfietti non ha dubbi: «Ustica
colpisce a morte il cuore della democrazia, intacca la sua sostanza. Ustica è
il soffocamento sistematico e pervicace della democrazia italiana. Segnala i
poteri occulti dei corpi separati, conferma l’esistenza di forze che riducono
la democrazia italiana a una democrazia di facciata». Il giudice Rosario Priore
è perentorio: «L’incidente al Dc 9 è occorso a seguito di azione militare di
intercettamento. Il Dc 9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81
cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra,
guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta
contro il nostro paese, di cui sono stati violati i confini e diritti. Nessuno
ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto». C’era la guerra quella notte del 27 giugno
del 1980: c’erano 69 adulti e 12 bambini che tornavano a casa, che andavano in
vacanza, che leggevano il giornale, o giocavano con una bambola. Quelli che
sapevano hanno deciso che i cittadini, la gente, noi non dovevamo sapere: hanno
manomesso le registrazioni, cancellato i tracciati radar, bruciato i registri,
hanno inventato esercitazioni che non sono mai avvenute.
MOTIVAZIONI
DI DIRITTO
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| Radar militare, Jacotenente. |
![]() |
| Echelon Brindisi. |




Una sequenza impressionante di morti.
RispondiEliminaMa non ci sono state solo quelle. Ci sono state anche molte persone premiate per avere contribuito a nascondere la verità.
Anche queste meriterebbero un'inchiesta.
Colpiti e affondati. Infatti ci stiamo occuopando proprio di loro, ovvero dei premiati per aver insabbiato la verità di una strage i cui sono morte persone innocenti, perfino bambini. Prima o poi la pagheranno questi maledetti e gli sciacalli che li proteggono. Ci stiamo prodigando per per un minimo di giustizxia terrena. A presto... illuminati!
RispondiEliminaAnni fa, in rete, non ricordo su quale sito, ho lètto un'ipotesi, che (vado a memoria) mi sembrava plausibilissima: cioè che il pilota del DC9, con maestrìa e sangue freddo, sìa riuscito ad ammarare e l'aeromobile sìa rimasto a galla con alcuni passeggeri ancora vivi.
RispondiEliminaAlla luce di ciò, sono stati ritardati i soccorsi e degli incursori (mi sembra delle SAS inglesi) avrebbero applicato dell'esplosivo all'aereo per affondarlo per far sparire prove e testimoni.
Ho ricercato in rete, ma l'articolo è sparito..... e questo mi fa pensare che ciò che descritto fosse vero.
Ci sono riscontri per questo ? O qualcuno può risalire all'articolo ? (Purtroppo, dopo anni, non ricordo né il sito né l'autore.).
Un classico esempio di depistaggio come ha dimostrato il giudice Rosario Priore, a cui furono negate dall’Aeronautica Militare tricolore una miriade di prove. Per ammarare volando a 10.000 metri occorre qualche minuto. Hai tutto il tempo per comunicare alla torre di controllo cosa sta accadendo. Invece l’ultima parola prima dell’impatto pronunciata dal copilota Fontana fu: “guarda…”. Fontana sedeva a destra, l’attacco arrivò da destra, col sole alle spalle per l’intercettore. Fontana vide la scia del missile. I corpi recuperati erano devastati da un’esplosione provocata da un missile, non sarebbero stati così malmessi se fossero ammarati.
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