24.3.12

MAFIA: AIELLO SCARCERATO
perché intollerante al menù della patria galera

Michele Aiello.

di Gianni Lannes

Che diamine: è una questione di rispetto, anzi di diritto d’onore, anche se non contemplata nel codice penale. In Italia se rubi un panino per fame vai dritto in prigione a marcire, come tanti poveracci attualmente in fin di vita. Ma se rimedi una condanna definitiva, hai quattrini accumulati illecitamente e sei addirittura affiliato a Cosa Nostra in posizione di vertice, puoi farla franca scansando la galera. Basta un referto medico al momento opportuno e un occhio togato di riguardo.  

Infatti, qualche giorno fa è stato scarcerato dal carcere di Sulmona l’imprenditore Michele Aiello (59 anni), condannato a 15 anni di reclusione nel processo denominato Talpe alla direzione distrettuale antimafia in cui fu coinvolto anche l’ex governatore siciliano Totò Cuffaro (in quota Udc di Casini) che sta scontando 7 anni di prigione a Rebibbia. Aiello è il socio del famigerato boss Bernardo Provenzano, meglio noto per la trattativa intavolata dallo Stato tramite il generale dei carabinieri Mario Mori. L’ennesimo accordo occulto della prima repubblica per cui persero la vita il 19 luglio 1992, a Palermo, il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta di  Polizia (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina). Per la cronaca: ai genitori della Loi, assassinata in servizio, l’inqualificabile Stato italiano ha addebitato il trasferimento dei poveri resti dalla Sicilia nella terra natìa.

Strage via D'Amelio - 19 luglio 1992


Menù incompatibile - Pasta o riso con i piselli, seppie e piselli, minestrone e fave. Un menù a base di legumi '”dannoso'” per il plurimilionario manager della Sanità, Michele Aiello, che soffre di favismo. Dunque, a casa, dopo aver scontato in cella solo un anno. Lo ha stabilito - con questa motivazione - il tribunale di sorveglianza dell'Aquila che ha concesso la detenzione domiciliare per un anno all’ingegnere. Già in fase di custodia cautelare le condizioni di salute gli consentirono la scarcerazione, ora che sta scontando la pena ormai definitiva i giudici accogliendo l’istanza dei suoi avvocati, Sergio Monaco e Loredana Greco, hanno stabilito l’incompatibilità. “Il vitto carcerario non ha consentito un’alimentazione adeguata del detenuto, risultando dal diario nutrizionale la presenza costante di alimenti potenzialmente scatenanti una crisi emolitica e assolutamente proibiti”, hanno sentenziato i giudici. E quindi il manager di Cosa Nostra  “non può rimanere in prigione, perché esposto a serio e concreto rischio di vita o a irreversibile peggioramento delle già scadute condizioni fisiche”. La malattia è piuttosto grave: l’intolleranza a fave e piselli. Nessun problema, il buon senso suggerirebbe una dieta su misura o il trasferimento in uno dei tanti istituti di pena dove non servano appunto fave e piselli. Invece no. Il Tribunale di Sorveglianza dell’Aquila ha disposto i domiciliari a Bagheria per Michele Aiello. Poi si vedrà, intanto il tempo passa e tutto decanta. Questi magistrati ritengono che dalla perizia sia emerso un “quadro complesso e grave che espone il soggetto a grave rischio di vita”. Ed evidentemente in tutta Italia non esiste un  istituto di pena che possa garantire al mafioso in guanti bianchi un menù alternativo.

Alter ego mafioso - Modi impeccabili, eleganza raffinata: Aiello, titolare di un centro diagnostico all’avanguardia a Bagheria, era ritenuto, dagli inquirenti la longa manus nella sanità del capomafia Bernardo Provenzano che ha investito parte del suo denaro nelle attività del manager. Secondo i giudici che lo hanno condannato a 15 anni e sei mesi di carcere, Aiello aveva realizzato tutto intorno a sé una rete di collaboratori e confidenti che agivano attraverso delle “talpe” - da cui il nome dell’operazione - nelle persone del maresciallo del Ros Carabinieri e della Guardia di Finanza, Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro. I due gli fornivano informazioni riservate sulle indagini in corso presso la procura della Repubblica di Palermo su di lui a seguito delle dichiarazioni di alcuni pentiti che lo indicavano come il braccio economico di Provenzano. Notizie riservate, Aiello le ricevette anche dall’ex presidente della Regione, Totò “Vasa Vasa” . Al culmine della sua fortuna, Michele Aiello era soprannominato il “Re Mida della sanità siciliana”. Dal nulla aveva costruito un impero nell’edilizia, sino al centro diagnostico a Bagheria, regno di Provenzano. I tariffari li concordavano lui e Totò Cuffaro nel retrobottega di un negozio di abbigliamento di Bagheria. Al soldo di Aiello finanzieri e carabinieri che fornivano notizie sullo stato delle indagini circa la latitanza di Provenzano, in cambio denaro e posti per amici e parenti nelle tante attività dell’ingegnere.

Parola di pentito - «Quando scoprii che l’uomo che ospitavo in casa da alcune settimane nel gennaio del 2004 era il latitante Bernardo Provenzano ho avuto paura, pensavo di avere in casa una bomba atomica, ma lui mi rassicurò dicendomi 'non ti preoccupare, non avere paura. Sono sempre stato protetto dai politici, dalle forze dell’ordine e da un potente dell’Arma. Meglio avere uno sbirro amico che un amico sbirro'». Lo ha detto il pentito di mafia Stefano Lo Verso deponendo al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Lo Verso sostiene che a chiedergli di ospitare nella casa della suocera a Ficarazzi (Palermo), sarebbe stato il mafioso Onofrio Morreale. «Provenzano in quella stessa occasione, per rassicurarmi - ha aggiunto Lo Verso in aula - mi disse: “anche se hanno arrestato Michele Aiello c’è adesso Cuffaro che mantiene i rapporti” e mi parlò del 'comitato d’informazione' fatto da Aiello, Ciuro e Riolo». Superate, indenne, le accuse del pentito Salvatore Barbagallo, che già nel 2000 parlò delle sue relazioni equivoche con Provenzano, finì nell'occhio del ciclone nel 2003, quando la procura di Palermo e i carabinieri scoprirono che, preoccupato di essere indagato, aveva messo su una vera e propria rete di spionaggio. Al soldo dell’ingegnere sottufficiali della Finanza e dei Carabinieri, semplici assistenti giudiziari interessati a piazzare nelle cliniche del re Mida figli e parenti. A Barbagallo si aggiunsero Nino Giuffré, ex capomandamento di Caccamo, e una sfilza di pentiti, ultimo in ordine di tempo, Giacomo Greco, genero del boss di Belmonte, Ciccio Pastoia. Dall’inchiesta, inoltre, venne fuori che, oltre a poter contare sui soldi di Cosa nostra, l’ingegnere, nel costruire le sue fortune, ebbe un concreto aiuto dall’ex governatore siciliano Cuffaro. Nel retrobottega di un negozio di abbigliamento di Bagheria Aiello e l’ex presidente della Regione, contrattavano i rimborsi da garantire alle prestazioni sanitarie del centro diagnostico di Bagheria, una clinica più simile a quelle svizzere che a quelle siciliane costata al servizio sanitario cifre da capogiro. Singolare coincidenza: l’omicidio a Foggia di Francesco Marcone (31 marzo 1995) - direttore dell’ufficio del registro. Il maggior sospettato, Stefano Caruso soggiornò in un albergo di Aiello.

Due anni fa - Cliniche, imprese, ville, appartamenti, terreni e contanti. La confisca  ha colpito il polo oncologico di eccellenza “Villa Santa Teresa” di Bagheria, dotato di 108 posti letto; 8 imprese edili, (“Costruzioni”, “Edilcontrol”; Ati (Alte tecnologie ingegneristiche), “Selda”, “Emar”, “Edil costruzioni”, “Tuttedil”, tutte costituite in societa’ a responsabilita’ limitata, e la “Edil maf snc di Aiello Francesca & c”); 6 imprese operanti nel settore sanitario (“Radiosystems protection”, “Villa Santa Teresa - Diagnostica per immagini e radioterapia”, “Italsystems”, “Centro di medicina nucleare S. Gaetano”, Atm (Alte tecnologie medicali), tutte con forma di società a responsabilità limitata, e la spa “Villa Santa Teresa group”); la società sportiva Bagheria Calcio srl, che gestisce la squadra locale; la società “Servizi & Sistemi srl”, operante nel settore informatico; 2 stabilimenti industriali di circa 6 mila metri quadrati adibiti ad attività del settore edile; un impianto di calcestruzzi; 4 edifici, per complessivi 18.000 metri quadri usati come uffici dirigenziali; 14 appartamenti a Bagheria, per complessivi 2.200 metri quadri; 3 ville di lusso ad Aspra, Santa Flavia e Ficarazzi, località costiere del Palermitano; 22 magazzini; 22 terreni edificabili; 24 autovetture; 22 veicoli industriali; 2 imbarcazioni da diporto rispettivamente di 38 e 48 piedi; 145 rapporti bancari per complessivi 250 milioni di euro di liquidità; 2 polizze vita.  

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