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| Corte Europea Diritti, Strasburgo. |
di Gianni Lannes
Parole di carta e proclami di eguaglianza al vento. Insomma, retorica a più non posso per celare la feroce realtà in cui tutt’al più si consuma il corpo femminile. Altro che 8 marzo in una società volgarmente maschilista. Tutto si risolve, o meglio, si consuma in una tragica farsa a base di cenoni. Hanno una marcia in più eppure nel Belpaese le donne arrancano, annichilite dalle discriminazioni, dalla violenza e dalla precarietà. Le donne del Mezzogiorno poi, contano meno di niente. Un recente studio Svimez conferma la tragica realtà: nel Sud del Sud ammantato di tricolore “sono 560 mila le disoccupate occulte, vale a dire quelle che sfuggono alle statistiche ufficiali e che innalzano la percentuale della disoccupazione reale al 30,6 per cento” (dati aggiornati all’anno 2010). L’orientamento negativo aumenta: altre 575 mila donne, pur disponibili ad intraprendere un’attività, risultano scoraggiate a cercare lavoro. E, infine, coloro che un’occupazione ce l’hanno, devono accontentarsi di un salario inferiore del 30 per cento rispetto a quello dei lavoratori maschi del centro nord.
Addio lavoro - Svimez conferma quanto è noto ai profani. Infatti nello Stivale “tra il 2008 ed il 2010, 100 mila donne hanno perso il lavoro. Nel Meridione il tasso di occupazione femminile sfiora il 30,4 per cento rispetto al 54,8 per cento del centro nord”: quasi trenta punti percentuali in meno rispetto alle media europea attestata al 58,2 per cento. Ma a fare la differenza tra il tasso di disoccupazione ufficiale del 15,4 per cento e quello reale è la quantità di donne non contate tra i disoccupati e tra gli occupati, donne che sopravvivono tra lavori domestici e lavoro sommerso, tra occupazioni saltuarie e un banco universitario. In cifre assolute bisogna sommare alle 393 disoccupate ufficiali, 560 mila disoccupate implicite, ossia 953 mila donne senza reddito, quasi un milione di persone valide senza cittadinanza nell’universo del lavoro.
Paradossi - Non è tutto. Ci sono ulteriori 575 mila donne “scoraggiate”: 893 mila in Italia attesta l’Istat, ma potrebbero essere molte di più. E sono le donne meridionali quelle più alfabetizzate. Le diplomate nel 2000 erano l’85,1 per cento, mentre nel 2009, addirittura il 94 per cento: un punto percentuale in più rispetto al centro nord. Quanto alle laureate rappresentano il 18,9 per cento della popolazione compresa tra i 30 e i 34 anni: 7 punti in più dei laureati maschi (12,3%). Un titolo di studio non è per le donne un requisito che avvantaggia: le precarie infatti sfondano il tetto del 65 per cento. Insomma, secondo Luca Bianchi (un autore della ricerca) “sono più brave, ma questo merito non viene riconosciuto”. E così restano a casa ad accudire i figli. E quando possono le donne emigrano: “nel 2010 in 55.500 hanno abbandonato il Mezzogiorno”: una cifra pari al 48 per cento del totale degli immigrati; oppure si sottopongono “al pendolarismo di lungo raggio: 33 mila nel 2010 (24,6% del totale)”. Il dominio è insito nel linguaggio. Perché ad esempio, si dice Corte europea dei diritti dell’uomo e, non al limite dell’essere umano? L’altra metà dell’universo non esiste, non eguale dignità e riconoscimento se non come “animale da letto” ed “angelo del focolare”. Allora, ha senso augurare alle donne, soprattutto meridionali buon 8 marzo?

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