dal 6 al 18 dicembre 2011 Casa delle Culture via San Crisogono, 45 Roma
dal martedì al sabato ore 21.30, domenica 18.00
Toghe Rosso Sangue
uno spettacolo di Francesco Marino
scritto da Giacomo Carbone
ispirato da Paride Leporace
con Francesco Marino, Emanuela Valiante, Diego Migeni, Sebastiano Gavasso
costumi Olivia Bellini
disegno luci Nuccio Marino
assistente alla regia Annette Pieramico
responsabile di produzione Sebastiano Gavasso
organizzazione Marzia Martino
“La vita e la morte dei magistrati italiani assassinati nel nome della giustizia”
Dalla morte della giustizia alla giustizia della morte una linea rossa, del rosso del sangue, unifica tristemente l’Italia nella sua storia più cupa. Nell’arco di 25 anni, dal 1969 al 1994, 27 magistrati italiani hanno perso la vita per mano della mafia, della ‘ndrangheta, del terrorismo rosso, di quello nero, di soliti ignoti o di tristemente noti. Con pochissime eccezioni, oltre alla pena di morte decretata dai mandanti e decantata dagli esecutori, tali magistrati hanno subito una nuova morte: l’oblio.
Per rendere giustizia a questi martiri della Giustizia nasce Toghe rosso sangue, primo libro di Paride Leporace, fondatore del quotidiano Calabria Ora e direttore del Quotidiano della Basilicata, giunto oggi alla quinta edizione e adattato drammaturgicamente da Giacomo Carbone.
Sulla scena protagoniste dello spettacolo teatrale sono le storie di 6 magistrati:
Agostino Pianta, ucciso il 17 marzo del 1969 a Brescia,
Emilio Alessandrini, colpito a morte nel 1979 da un killer di Prima Linea durante gli anni di piombo;
Mario Amato, assassinato nel 1980 da terroristi di estrema destra;
Bruno Caccia, vittima della 'ndrangheta nel 1983;
Paolo Borsellino, barbaramente ucciso il 19 luglio del 1992 dalla mafia,
Paolo Adinolfi, magistrato romano scomparso nel 1994.
La storia di questi giudici attraversa la storia dell’Italia: dagli errori giudiziari verso il singolo cittadino ai processi sommari dei Nuclei Armati Rivoluzionari, dal Padrino di Coppola e Brando alla Magliana di Placido e Scamarcio, dalle micce corte di Prima Linea ai lunghi strascichi di Via D’Amelio, dalla sabbia e dal vento della Calabria alle vendette delle ‘ndrine per le vie della grigia Torino, dalle stragi di Stato allo stato di scomparso di Paolo Adinolfi. Quattro voci, quattro attori, quattro anime avvolte da un’atmosfera tra il realismo e il noir e da una scenografia essenziale, che mirano con rabbia e con amore ad un teatro che non spettacolarizza ma, senza condanne né valutazioni politiche, silenziosamente grida un omaggio a uomini morti nell’adempimento del loro dovere: un omaggio al loro senso dello Stato. Un vecchio Stato di appena 150 anni.
Agostino Pianta
Agostino Pianta, giudice potentino, classe 1912, fu ucciso il 17 marzo 1969 nel suo ufficio alla Procura della Repubblica di Brescia, da un pregiudicato sottoposto a libertà vigilata, che aveva chiesto con insistenza di incontrarlo. E’ stato il primo giudice assassinato nell’Italia Repubblicana.
L’assassino, Loris Guizzardi non aveva avuto contatti diretti con la sua vittima, né aveva ricevuto “torti” dal giudice: lo uccise perché riteneva che Pianta, in quanto Procuratore della Repubblica, rappresentasse tutta la magistratura bresciana, quella che lo aveva ingiustamente condannato per gravi reati, che il Guizzardi dichiarava di non aver commesso.
Quella del giudice Pianta non è una storia così nota, ma nella sua tragicità, rappresenta un esempio eloquente dei rischi ai quali i nostri magistrati sono sottoposti quotidianamente nell’esercizio delle loro funzioni.
Emilio Alessandrini
Emilio Alessandrini è una delle tante vittime degli anni di piombo, di quel periodo tragico della storia recente che è costato tanto al nostro paese per l’immensa perdita di capitale umano che ha comportato. Alessandrini era un giovane sostituto procuratore della Repubblica a Milano. Fu ucciso a soli trentasei anni la mattina del 29 gennaio del 1979, dopo aver accompagnato a scuola il figlio Marco, oggi avvocato. La sua auto fu crivellata di colpi, a un incrocio poco distante dalla Procura. Il delitto fu rivendicato da Prima Linea, un’organizzazione terroristica di sinistra nata in Lombardia, che aveva deciso di eliminare Alessandrini, in quanto il giudice, con la sua attività, consentiva di esistere al sistema che essa intendeva distruggere. Come si desume dall’accorato ricordo di Alessandrini del giudice Armando Spataro, per organizzazioni come Prima Linea, i giudici democratici e riformisti erano considerati nemici del proletariato più di quanto non lo fossero i persecutori delle “avanguardie” comuniste. Nella sua breve ma intensa carriere Alessandrini si era occupato dei gravi atti terroristici che avevano insanguinato l’Italia in quegli anni, come la strage di Piazza Fontana, di cui condusse l’istruttoria insieme ai colleghi D’Ambrosio e Flasconaro. Alessandrini aveva inoltre avviato una delle prime indagini sulle organizzazioni terroristiche vicine all’estrema sinistra: per questo, probabilmente, divenne obiettivo sensibile di Prima Linea. Il magistrato si era occupato anche dello scandalo che aveva interessato il Banco Ambrosiano. Il suo assassinio causò lo sgomento dell’intera città di Milano, che partecipò con commozione al dolore dell’ennesima famiglia distrutta dal terrorismo.
Mario Amato
“Oggi Amato ha chiuso la sua squallida esistenza, imbottito di piombo”: era questo il testo del volantino di rivendicazione che circolò a Roma dopo l’omicidio del magistrato Mario Amato, ucciso il 23 giugno del 1980 da un esponente del NAR che lo colpì alle spalle mentre il magistrato aspettava l’autobus per andare in Procura. Il giorno del suo omicidio, ad Amato era stata negata la possibilità di recarsi al lavoro con una vettura blindata, in quanto alle 8 del mattino nessun autista era ancora in servizio. Amato, che aveva iniziato la sua carriera di Procuratore a Rovereto, subentrò a Roma al magistrato Vittorio Occorsio, ucciso mentre indagava sull’organizzazione eversiva di destra dei NAR, la stessa su cui si incentrò l’attività di Amato, che indagò anche sui legami tra le frange della destra rivoluzionaria e la tristemente famosa Banda della Magliana.
L’attività di Amato risultò sgradita a molti, persino ai suoi colleghi, che spesso lo lasciarono solo, e lo fecero oggetto di ripetuti attacchi e polemiche. E’ il caso, ad esempio, del collega del magistrato Antonio Alibrandi, padre di un neofascista afferente al NAR e molto vicino al terrorista Giusva Fioravanti. Alibrandi tentò come poteva di indebolire e scoraggiare l’attività di Amato, che continuò a lavorare, fino alla fine, nel completo isolamento. La drammatica fine di Amato rappresenta un’altra pagina nera della nostra storia, e l’ennesimo caso di un uomo che ha perso la vita in nome dello stesso Stato che lo ha lasciato solo e senza l’adeguata
Bruno Caccia
"Con il procuratore Caccia non ci si poteva parlare": così Domenico Belfiore,‘ndranghetista, spiegò l’omicidio per cui fu condannato all’ergastolo come mandante. Bruno Caccia fu ucciso una domenica d’estate del 1983, mentre passeggiava con il suo cane: quel giorno aveva lasciato la scorta a riposo, e fu più facile colpirlo. Gli assassini spararono quattordici colpi da una macchina, e per essere sicuri che fosse morto, finirono il magistrato con tre colpi di grazia.
Caccia, classe 1917, divenne Procuratore della Repubblica di Torino nel 1980. Nella sua intensa carriera, si dedicò soprattutto a indagini sull’attività delle Brigate Rosse, e sulle infiltrazioni dell’ndrangheta in Piemonte, che si facevano sempre più preoccupanti. In un primo momento il suo terribile assassinio fu rivendicato dalle Brigate Rosse, ma si scoprì quasi subito che la rivendicazione, per quanto verosimile, era falsa. Le indagini si spostarono sui gruppi neofascisti del NAR, ma invano. Si rivelò decisiva, per la risoluzione del mistero sull’assassinio di Caccia, la collaborazione dei servizi segreti e di alcuni mafiosi e ‘ndranghetisti in galera, come Francesco Milano o il già citato Domenico Belfiore. La storia di Caccia sembra quasi avvolta da una grave rimozione, che si trasforma in una duplice colpa di cui la società civile si rende responsabile: quella di aver dimenticato un servitore dello Stato da un lato, e dall’altro quella di non riuscire ad ammettere (capita ancora a molti) che l’ndrangheta opera anche e soprattutto al nord.
Paolo Borselino
Paolo Borsellino, insieme al suo collega e amico di una vita Giovanni Falcone, è considerato l’uomo simbolo della lotta alla mafia. Il magistrato, pur pienamente consapevole dei pericoli che stava correndo, non smise mai di portare avanti il suo lavoro, nemmeno dopo l’attentato di Capaci che il 23 maggio del 1992 costò la vita a Giovanni Falcone, a sua moglie Francesca Morvillo, e a tre uomini della scorta.
Al contrario di quello che si potrebbe pensare, la tragica morte di Falcone rappresentò per Borsellino un’ulteriore motivazione per non cedere allo sconforto, come si desume dalle parole con cui il giudice rispose al giornalista che gli chiedeva cosa fosse cambiato nella sua vita dopo l’attentato di Capaci: “Ho temuto nell’immediatezza della morte di Falcone una drastica perdita di entusiasmo nel lavoro che faccio. Fortunatamente, se non dico di averlo ritrovato, ho almeno ritrovato la rabbia per continuarlo a fare”.
Paolo Borsellino, classe 1940, dopo la laurea in giurisprudenza vinse il concorso per entrare in magistratura, divenendo così il più giovane magistrato italiano. Entrò a far parte del pool antimafia, costituito per favorire una maggiore collaborazione tra i magistrati e diretto da Rocco Chinnici, altro esponente di spicco nella lotta contro la mafia, vittima di un attentato in cui rimase ucciso nel luglio del 1983.
Nel pool Borsellino e Falcone lavorarono fianco a fianco, dedicandosi anima e corpo all’istruttoria del famoso “maxiprocesso”, che mandò alla sbarra ben 475 imputati: la scrissero, per motivi di sicurezza, nella foresteria del carcere dell’Asinara. I due magistrati dovettero anche contribuire alle spese di soggiorno, per quella che forse qualcuno aveva scambiato per una vacanza.
Alla fine del 1986 Borsellino fu nominato Procuratore della Repubblica di Marsala: la cosa suscitò la reazione polemica dello scrittore Leonardo Sciascia, che criticava Borsellino e gli altri magistrati che definì i “professionisti dell’antimafia”.
La positività dell’esperienza rappresentata dal pool antimafia cominciò a indebolirsi al momento della sostituzione di Caponnetto, che lasciò la guida del pool per motivi di salute e a cui non subentrò Falcone, come si aspettava Borsellino, ma il magistrato Meli. La nomina di Meli significò per Borsellino il disfacimento del pool, e il giudice lo dichiarò a più riprese anche sui giornali. Fu solo uno dei momenti in cui i due magistrati si sentirono abbandonati dallo Stato e dalle istituzioni, gli stessi che li hanno celebrati da morti.
Paolo Borsellino è stato ucciso il 19 luglio del 1992, 57 giorni dopo Falcone, mentre stava andando a casa della madre, in via D’Amelio, per accompagnarla a fare una visita medica. Con lui morirono anche gli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina: una fiat 126 contenente circa 100 chili di tritolo esplose al passaggio del giudice e della sua scorta.
In via D’Amelio doveva esserci il divieto di sosta: i poliziotti della scorta ne avevano avanzato più volte la richiesta, che tuttavia rimase inascoltata. Borsellino sapeva di essere condannato a morte, e che a Palermo era arrivato il carico di tritolo che l’avrebbe ucciso. Sono ancora tanti i punti oscuri che avvolgono la sua morte, a cominciare dall’agenda rossa su cui il giudice appuntava ogni cosa, e che non è mai stata ritrovata dal giorno del terribile attentato. Con Borsellino si eliminò un elemento scomodo, e che stava scavando troppo a fondo nei rapporti tra lo Stato e la criminalità organizzata. A quasi vent’anni dalla strage di Via D’Amelio, la verità sembra ancora lontana.
Paolo Adinolfi
Quella di Paolo Adinolfi è una storia rimasta irrisolta. Era il 2 luglio del 1994: Il magistrato romano uscì di casa e non vi fece mai ritorno. A diciassette anni dalla sua scomparsa, nessuno sa quale sia stata la sua fine.
La famiglia del giudice forse è stata costretta a cedere alla rassegnazione, al tempo, all’evidenza drammatica di una verità che non è mai arrivata e che sembra lontana. Il giallo mai terminato sulla scomparsa di Adinolfi, infatti, presenta ancora molti punti oscuri, a cominciare dalle chiavi di casa e dell’auto del magistrato, che furono ritrovate nella cassetta della posta di sua madre. L’ultima persona che ha visto vivo Adinolfi è un suo collega, che sostiene di averlo incontrato sull’autobus, la mattina della scomparsa.
All’inizio, pareva prevalere l’ipotesi dell’allontanamento volontario del magistrato, che fu poi scartata.
Tutti pensano che il giudice sia stato ucciso, ma ancora non si sa da chi, né dove sia il suo corpo.
Forse non è un caso che Adinolfi avrebbe dovuto incontrare il Procuratore della Repubblica di Milano la settimana successiva alla sua scomparsa. Il magistrato, probabilmente, era venuto a conoscenza di qualcosa di pericoloso, e doveva esserne consapevole, tanto che fu proprio sua moglie, Nicoletta Grimaldi, a dichiarare che il marito aveva confidato a un suo amico di aver scoperto cose che “avrebbero fatto crollare il tribunale di Roma”.
Sarebbe interessante capire una volta per tutte a chi ha dato fastidio il magistrato di Roma, di cui quasi certamente è stata ordinata l’eliminazione. Il nostro paese ha un debito nei confronti di persone come Adinolfi, e la verità sulla sua scomparsa sarebbe sicuramente un giusto onore alla sua memoria.



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