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| Foto Giuseppe Di Vittorio |
di Gianni Lannes
Non è fiction, ma la nuda e cruda realtà. Dopo mezzo secolo (3 novembre 1957) dalla sua scomparsa, la Cgil ha dedicato al suo padre fondatore, difensore degli ultimi, un bel documentario che pochi hanno visto. E’ complicato strappare un’intervista a Lizzani quand’è impegnato sul set. Ma per il grande sindacalista pugliese fa una straordinaria eccezione e racconta: «Amo molto i documentari e quando la Cgil mi ha proposto di farne uno che riassuma la vita di Di Vittorio, ho accettato con entusiasmo». Il film è stato prodotto dalla Fondazione Di Vittorio (produzione esecutiva affidata alla società indipendente Felix film). Il primo ciak l’hanno dato proprio nella città eterna. Protagonista: Vittorio Foa. Poi la troupe si è diretta a Cerignola, in provincia di Foggia. Nella città natale di Peppino, sono state girate alcune scene principali. A firmare il documentario un regista storico dello spessore, appunto, di Carlo Lizzani e la giovane Francesca Del Sette. Lizzani si è occupato della parte storica recuperando addirittura un inedito su Di Vittorio ai tempi della guerra di Spagna e materiale vario proveniente nelle teche Rai, dall’Istituto Luce e dall’Archivio del Movimento Operaio. L’allieva Del Sette, invece, ha scavato nella biografia personale e ha girato gli esterni. Risultato un racconto polifonico a 4 mani di 52 minuti. Il lavoro si avvale delle musiche di Nicola Piovani e del montaggio di Roberto Di Tanna. Francesca Del Sette si è tuffata nel Tavoliere. A Cerignola ha ripreso la casa Di Vittorio.
Ad Orta Nova, invece è stata filmata una delle masserie dove ha lavorato Peppino: la zona attualmente è preda del degrado: in loco proprio la sinistra (governo regionale e provinciale nel 2008) ha tentato di realizzare illegalmente una discarica di rifiuti pericolosi, ma il progetto è stato arrestato da una pacifica rivolta popolare. A Lucera è stata ripresa la cella del carcere dove Di Vittorio è stato segregato in ben cinque occasioni dal regime fascista.
Francesca ha raccolto la testimonianza di chi l’ha conosciuto come Miche Sacco (bracciante e poeta), Giuseppe Papa (amico e compagno di Di Vittorio, pastore, e infine sindaco della città). Sono stati intervistati per l’occasione Baldina di Vittorio (figlia di Peppino), Emanuele Macaluso, Guglielmo Epifani, Carmelina Panico, Adolfo Pepe, Michele Pistillo, i ragazzi e i vecchi che oggi vivono nel paese natale. Maestro, com’è questo film? «Narra la sua vita attraverso una serie di testimonianze. E brani di filmati di attualità, di manifestazioni in cui è comparso. Mi ricordo un comizio del 1949 a piazza del Popolo a Roma, a cui parteciparono anche Anna Magnani e Gino Cervi. La Cgil sposò la causa del neorealismo italiano, che aveva difficoltà a farsi largo; aveva anche problemi di censura». Qual era la posizione di Di Vittorio? «Difese quel cinema perché per la prima volta offriva visibilità al mondo del lavoro». Cosa ricorda di quell’occasione? «L’emozione che percorreva tutti i presenti. Ero con Luchino Visconti, ci avvicendammo anche sul palco». Incontrò ancora Di Vittorio? «L’avevo conosciuto un po’ di tempo prima, quando girai il documentario Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato; sempre nel ’49. Anni dopo ci incontrammo a cena. Lui aveva già visto i miei Achtung Banditi, Cronache di poveri amanti. L’incontro l’aveva organizzato l’amico comune Gianni Toti, che dirigeva il settimanale della Cgil». Che sensazioni provò? «Di Vittorio era già un leggenda. Si pensava a questa figura di grande autodidatta; di bambino che ambisce a capire il mondo, vuole studiare. In questo senso era più rappresentativo di altri grandi politici, che però avevano avuto una vita più normale. Aveva partecipato alla guerra di Spagna, era stato in esilio a Parigi, insomma aveva avuto una vita avventurosa. Era partito da una zona del Mezzogiorno di allora, certamente non molto avanzata; eppure riuscì a farsi largo sul piano internazionale, a diventare segretario della federazione mondiale dei lavoratori». Qual è il suo più importante lascito? «L’unità sindacale. Aveva un istinto che lo portava a vedere nelle differenze anche i possibili punti di incontro. Persino con gli avversari, riusciva a parlare; era anche un grande diplomatico.
Ma la sua non era una diplomazia fredda. Era proprio l’istinto di cercare dei varchi anche in una compagine avversaria, per farsi capire e conquistare simpatie». In passato qualcuno ha mai pensato di girare un film su questo carismatico personaggio? «Tanto registi hanno accarezzato l’idea, a partire da Giuseppe De Santis. E si è continuato a pensarlo. So che faranno una fiction televisiva. Ma, all’epoca non se fece nulla perché film del genere costano. Quando si comincia a seguire la vita di un uomo che gira per l’Europa, e poi cambia d’età, la cosa diventa complicata; poi perché il cinema italiano si è staccato dalla grande tradizione neorealista, che invece è quella che ha sempre prestato attenzione al mondo degli umili». Nel documentario i luoghi d’origine di Peppino hanno molto spazio. «E’ naturale. Proprio il Mezzogiorno è il principale protagonista. «Apprendere che a cinquant’anni dalla scomparsa di mio padre, proprio nelle campagne pugliesi, si sono ricreate condizioni disumane di lavoro e di vita che mettono in questione la dignità e la libertà dei nuovi braccianti, è stato per me motivo di profondo dolore - dichiara Baldina - E il fatto che questi braccianti siano in maggioranza lavoratori stranieri è un’aggravante che rende ancora più netto, per noi italiani, il dovere di reagire a una situazione insopportabile». Francesca Del Sette non ha dubbi: «Baldina è una persona straordinaria, gentile e umilissima. Con me si è messa completamente a nudo raccontando la sua infanzia, il doloroso esilio del padre e la sua prigionia». Francesca è un impetuoso e vitale fiume in piena: «Ho filmato le campagne, il paesaggio, i braccianti. Anche per fare un parallelismo fra i nuovi schiavi del terzo millennio e i braccianti di Di Vittorio». Cosa rimane di questo straordinario uomo di questi tempi? La risposta di Francesca è una confessione a cuore spalancato: «L’importanza della cultura e la voglia di riscatto attraverso l’istruzione. Non avrei mai immaginato di innamorarmi così follemente della sua personalità umana, della sua grandezza d’animo, della sua immensa umiltà». E ancora: «Io e Carlo siamo molto diversi ma altrettanto concordi su quello che vogliamo da questo documentario: raccontare Di Vittorio a chi non lo conosce, ricordarlo a chi lo ha amato e lo ama, insegnarne il modello trasferendolo nel contesto dell’oggi, contestualizzarne l'attualità della filosofia e passare il testimone nella staffetta del suo intramontabile pensiero nella speranza di poter contribuire al miglioramento del nostro paese». Le voci più belle? «Quelle dei vecchietti pugliesi e gli occhi dei ragazzi di Cerignola che non hanno dimenticato il loro generoso conterraneo».



Un grande uomo che ha lasciato un fulgido esempio per i posteri...e che purtroppo credo (e constato) non ha costituito un efficace "vaccino" contro la degenerazione. E' stato un vero sindacalista e non un aspirante al potere...
RispondiEliminaOnore alla sua memoria e un abbraccio affettuoso ai suoi cari
Agnesina Pozzi
@ Agnese condivido ogni tua parola. E' giusto non dimenticare uomini di uno spessore morale del genere di Giuseppe Di Vittorio.
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